Intervista a Roberto Cazzola

Indubbiamente uno dei padri dello spinning italiano. Appena inizia a pescare si appassiona velocemente a questa tecnica ancora sconosciuta. Immagino la faccia dei vecchi di paese che lo guardano sbigottiti macinare lanci su lanci con uno strano pezzo di metallo ritorto in fondo alla lenza. Dopo pochi anni si rende conto che, malgrado sia ancora giovane, lo spinning deve continuare a evolversi anziché fossilizzarsi e dal ’76 inizia questa crociata che lo consacrerà come “l’Innovatore”. Collabora con la rivista Pescare e l’emittente Caccia&Pesca, oltre a pubblicare quattro libri che diventano velocemente capisaldi dell’editoria alieutica: Pesca al black-bass con esche artificiali, Spinning al luccio, Pescare la trota con esche artificiali e Il cavedano a spinning. Nel 1980 fonda lo Spinning Club Italia, l’associazione che si dedica alla diffusione dello spinning sul territorio nazionale e alla conservazione degli ambienti acquatici, che oggi unisce migliaia di appassionati. Grande sostenitore del top water, come si capisce bene dal suo sito e dal suo forum, che ritiene essere la tecnica più emozionante di tutte, diffonde l’utilizzo di propeller e jitterbug. Introduce il mulinello a bobina rotante nella pesca al luccio apportando una sua modifica: la manovella a sinistra, adesso utilizzata da tutti in Italia. Anche se ha declinato le proposte di diversi produttori si è dedicato anche alle canne da pesca inventando prima il tunnel e poi la particolare azione no-angle. Non contento inventa anche lo Spinfly, il sistema che permette di pescare anche a mosca secca con l’attrezzatura da spinning. Sull’onda della costruzione di mosche dedicate allo spinfly, adesso si sta dedicando a quello che chiama Alternative Bass-fishing costruendo artificiali di nuova concezione come lo slow-prop, un rotante che gira anche a bassissime velocità, e imitazioni di volatili vari le cui zampe sono formate da propeller.

Da quanto tempo peschi?
Con una certa costanza dal 1968, quando passai definitivamente allo spinning, spinto dalle catture di mio fratello Massimo e dagli articoli di Gian Domenico Bocchi. Prima ho praticato la pesca all’alborella in Po e quella alle tinche e ai pescigatto nelle lanche di Po e Ticino.

Che tecniche pratichi, in genere dove e rivolte a che pesce?
Pesco solo a spinning, anche se da due o tre anni vado di Spinfly, la tecnica da me inventata che ha quale scopo quello di pescare con le classiche esche da mosca senza la coda di topo. Per cui con la sola attrezzatura da spinning. A spinning classico pesco black-bass e lucci, soprattutto nelle cave dell’Oltrepò pavese, nei laghi brianzoli e nel Lago di Lugano. Poi frequento il mio fiume, il Ticino, in cerca di perca, aspi e cavedani. Il siluro è un pesce che non mi dà emozioni, per cui lo cerco molto raramente. Poi  vado a trote, anche marmorate, un po’ dappertutto, e… temoli! La cattura di questi ultimi è stata resa possibile dallo spinfly, e ovviamente dalle esche tipiche da moschista che ora si possono impiegare con grande profitto anche a spinning.

Qual è la tua tecnica preferita e perché?
Naturalmente è lo spinning, che pratico da 44 anni. Mi trovavo a pescare tinche, con le canne di bambù, in uno stagno del Ticino vicino a Pavia. A un certo punto assistetti  a una bella cacciata di un black bass. Mi rimase impressa la veemenza – e il fascino – del predatore a tal punto, da smettere immediatamente di pescare a fondo e passare alla pesca a lancio definitivamente. Trattandosi di ricerca ai predatori, avrei potuto scegliere anche la pesca col vivo, ma questa non la concepisco proprio (pur rispettando chi la pratica).

Quanto tempo riesci a dedicare alla pesca?
Di tempo ne ho a sufficienza, perché da tre anni sono in “prepensionamento” (ero un bancario), ma ho anche da portare un pesantissimo fardello: sono in dialisi, il che mi preclude la possibilità di fare quel che voglio per tre giorni la settimana.

Cos’è per te la pesca?
La pesca per me è un ricerca continua, una scala con infiniti gradini, da risalire continuamente. Non mi attira la situazione in cui prendi dei bei pesci e la volta successiva torni per riprenderne di simili con gli stessi artificiali e la stessa tattica. Io “devo” cambiare continuamente, in caso contrario non mi diverto. Lo scorso anno ho ripreso a bass-fishing, ma ovviamente l’ho fatto alla mia maniera. Costruendomi in casa esche particolari, sono ritornato a provare le emozioni che un pesce del genere, se pescato come si deve, elargisce forse come nessun altro (dimensioni a parte…). Ho preso bass con imitazioni di passerotti, di vesponi, di topi da colori impossibili, perfino con vermi di legno… Ma la grande novità, quella che mi stuzzica più di altre, è lo spinfly, soprattutto perché ti permette di aggiungere alle emozioni tipiche dello spinning quelle che hanno fatto della pesca a mosca quella che è.

Ti ricordi il primo pesce che hai preso?
Sì, un piccolo bass di 29 cm preso nella lanca del Topo, vicinissima a Pavia. Usavo un minnow che non aveva scritto manco la marca, bensì solo la provenienza: japan. Era il 1968.

Quali sono i tuoi record attuali?
Luccio 111 cm, black bass 59 cm per 3,2 kg, cavedano 58 cm, perca 92 cm, trota fario, di torrente in tratto libero, 53,5 cm ecc.
Mi preme precisare che per me le dimensioni dei pesci presi, così come il loro numero, hanno un’importanza relativa. Voglio dire che può dare molta più soddisfazione una cattura sognata, anche se non grossissima, che un grosso esemplare preso dove lo prendono tutti.  Grande rilevanza ha poi l’esca usata: anni fa se prendevo una bella fario di 40 cm a cucchiaino ero felice, ora lo stesso pesce, preso con la solita esca, non mi soddisfarebbe più di tanto. Invece una di 30 cm presa con una dryfly (ma a spinning!) mi rimarrebbe più facilmente nella memoria delle più belle catture…

Cosa ne pensi della gestione delle acque in cui peschi?
Frequentando acque molto diverse, ho difficoltà a rispondere a questa domanda: c’è il posto gestito bene e, magari molto vicino, un altro gestito da cani. In tutti i casi, sono piuttosto deluso dalla gestione generale. Pesci che hanno fatto la storia della pesca in Italia (marmorate, lacustri, lucci autoctoni, temoli pinna blu per rimanere in ambito spinning) sono spariti quasi dappertutto: ecco la prova che certifica il fallimento della gestione generale. Come al solito individuare i responsabili è impossibile e perciò, se devo dirla proprio tutta, mi sono stancato di occuparmi di problemi collegati alla gestione delle acque. Ho gettato la spugna, insomma. Menomale che al posto mio ci sono persone e organizzazioni che fanno tutto quanto è in loro potere per salvare il salvabile, ammesso che di salvabile ci sia ancora qualcosa. Mi riferisco soprattutto allo Spinning Club Italia, ai cui dirigenti (anche se uno di quelli sono proprio io, quale fondatore e presidente  del Collegio dei probiviri) va tutta la mia stima e la mia fiducia.

Catch&release sì o no (Su quali specie e per quali motivi)
Catch & release sì! Per tutte le specie che interessano al pescatore a lancio. Primi fra tutti pesci straordinari come la marmorata, la lacustre, i lucci aucoctoni, il temolo padano e anche altri. Questo non  significa che si debba criminalizzare chi ogni tanto si pappa un pesce, magari preso in acque purissime o presunte tali. Da condannare sono le esagerazioni, come in tutte le cose di questo mondo. Anche perché spesso si ha a che fare con pesci immessi e per nulla autoctoni. E qui il discorso si allungherebbe di moltissimo… Comunque io non tengo pesci, anche perché non mi piacciono!

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