
Le moschee e i musei di Abu Dhabi sono stati piuttosto interessanti da visitare, ma non quanto i negozi di pesca dove ho potuto ultimare gli acquisti di una già sconfinata attrezzatura.

Ancora un paio di popper e poi, vuoi lasciare lì una stickbait Carpenter da soli millemila soldi? Ovviamente no. Mettici anche una piccola cintura da combattimento cinese, che si rivelerà utile come un cerotto su arteria recisa, qualche crema solare ed è davvero tutto più pronto di quanto non fosse pronto quando era già pronto ieri in hotel, ma anche già prontissimo una settimana fa a Milano… è un anno che mi sto preparando!
“Socotra Extreme”, così chiama questo viaggio l’agenzia che lo vende.

La promessa è l’incontro con i più estremi tra quei pesci estremi che sono i Giant Trevally, in posti estremi e condizioni estreme. L’asticella delle aspettative è settata decisamente in alto, direi tra Saturno e Alpha Centauri.
I Giant Trevally io li ho già incontrati almeno in due viaggi diversi, ed è stato pazzesco, ho anche avuto la fortuna di fare bei pesci, di scoprire quanto sono spettacolari i loro attacchi e quanto tirano: violenza inaudita. Ma in quel luogo infernale che è il web, ho visto foto di GT molto più grandi di quelli che ho già preso e bramo scontrarmi con quella forza.

Per quest’occasione l’attrezzatura deve essere la migliore e preparata con estrema attenzione. Se c’è un punto debole questi pesci lo troveranno e renderanno molto amari i ricordi di un viaggio molto costoso. Ho bobinato trecciati PE 10 e 12, Tasline e Varivas GT, su uno stella 18000 abbinato ad una canna Smith Tokara 60 ed un sorprendentemente efficace Makaira 20000, tanto pesante quanto affidabile e preciso nella frizione, montato su una Custom North Fork RPK78 fatta dall’amico “Moro Rods” (Fabio Morini). Quindi nodo FG su monofilo Sufix 300lbs, sì: tre-cen-to libbre. Nodo semplice a solid con split da millemila libbre, tirato con pinze e tutta la forza che avete. La frizione? Per la prima volta in vita mia l’ho tarata realmente a 18kg, veri, con dinamometro… non sapendo ancora come trattenere la canna tra la mani con una simile trazione.

Questo almeno per le due canne principali, vi evito quella di scorta, quella medio-leggera mai usata e le due da vertical jigging usate una mezza giornata per “riposare la spalla” e vedere specie di pesci diversi.
In cassetta, (borse morbide trasparenti), come sempre troppe esche: popper di ogni tipo e foggia, estremi ovviamente, ma anche stickbait sinking e galleggianti, saponette e varie variazioni su questi temi. Altri articoli fondamentali? Buoni guanti, occhiali polarizzati, cappellino, pantaloni lunghi leggeri e magliette lunghe leggere con protezione UV, del Polase, del Voltaren gel e dell’oki (se non siete molto allenati), delle pinze di qualità senza compromessi per aprire velocemente gli split. E gli ami? Sono partito con il meglio del mercato, ma scoprirò troppo presto che le 5/0 non bastano… “go big or go home”, se vuoi un’ancoretta, che sia VMC, Decoy o BKK GT Rex ma che sia 7/0. Altrimenti ci sono quei ganci da macellaio chiamati ami singoli, magari Lone Diablo o Crusader. Tutto barbless, (o schiacciati con le pinze), tanto in queste taglie funzionano uguale e magari si evitano danni ai pesci e danni gravi agli uomini.

Un’attesa infinita per essere qui. Un volo breve quello da Abu Dhabi a Socotra. Eccomi, in un piccolo aereoporto caldo e caotico, preoccupato solo che le canne siano ancora intere, circondato da qualche signora turista americana o inglese in visita all’isola, yemeniti scuri e serafici, e qualche socio di pesca che ancora non conosco ma che, come me, si muove adesso con tubi portacanne e sacca pesante di esche e mulinelli. Poi c’è lui, che richiama la nostra attenzione e ci raduna: Nicola. Una specie di Sandokan del piacentino. La pelle cotta dal sole, barba e capelli lunghi e neri; a suo agio in quel caos, lo riporta al suo ordine con voce decisa, alternando arabo, inglese ed italiche imprecazioni. Capisci al primo sguardo che sarà una buona guida, lui quel posto lo conosce bene, lui incarna il mio concetto di pirata. Un po’ alla Monkey D. Loofy di One Piece, non malvagio assalitore, piuttosto uno che ha scelto con determinazione la via dell’avventura e della libertà, non per raccontarla agli amici del club a casa, no, per viverla realmente. Gli scorre nelle vene e riluce negli occhi.

Il pulmino avanza sulla strada sterrata e polverosa, porta il gruppo lontano dalla cittadina sporca e caotica di Hadibu, macchia di civiltà umana pattumiera e plastica nell’incanto dell’isola remota e spettacolare di Socotra. Attraversiamo l’isola, tra piante mai viste prima e carroarmati arruginiti abbandonati da passati eserciti stranieri, russi per lo più.

Il mare blu è un richiamo impellente che si scorge a tratti dal finestrino. Dopo qualche ora siamo su una spiaggia, un paesino arabo di pietre a secco e calcestruzzi screpolati, cani pulciosi e felici, donne velate e sospettose, bambini a piedi nudi, incuriositi da bizzarri stranieri pallidi. Facile capire che qui vivono di pesca, mille lance e sambuchi di legno in spiaggia e alle boe sparse nella baia.

Qualcuno fuma sigarette, come il mio nuovo amico Patrick, carismatico uomo svizzero, pescatore di infinita passione, carattere pacato e determinazione d’acciaio; altri, come il buon Michäas, pacifico ed entusiasta, scatta foto e sorride. In Michäas vedi chiaramente lo spirito della caccia nella caccia: il grande GT da record, certo, ma anche ricerca di avventura, di emozioni forti, di paesaggi inediti, di connessione con la natura. Socotra Extreme.

<Yalla Yalla> è passata forse una, forse tre ore, ma siamo pronti a caricare le lance con mazzi di canne da pesca, e valige, fusti di benzina, tende, viveri, quindi abbordiamo un vecchio sambuco di pescatori prestato alla missione di portarci sull’isola di Abd al Kuri. Con noi si imbarcano anche due smilzi soldati dell’esercito yemenita, mitra e pistole vengono appoggiati in cabina insieme a uova e pane. Hai visto mai che i pirati somali vogliano fare incetta di mulinelli Stella e popper giapponesi…

Il loro piglio militare lo trovo rassicurante come andare con una fionda giocattolo ad affrontare i leoni. Per quanto il valore delle nostre attrezzature strida fortemente con il PIL dello Yemen, non mi sento mai in pericolo. Semmai rifletto sul fatto che quel fascio di canne e mulinelli appoggiato sul ponte costa più di questa barca da pesca da cui probabilmente dipende la vita di qualche famiglia dell’isola. Di tempo per riflettere ce ne sarà parecchio, il sambuco navigherà tutta la notte nel placido mare d’Arabia, sotto una cupola di stelle così vasta da non sembrare vera, noi staremo ammassati nei sacchi a pelo sul ponte superiore, su vecchi materassi e tappeti polverosi. Non si dorme molto, tra l’eccitazione del viaggio e il rumore infernale del motore che ci assorda con un martellare incessante, sputando fumo nero sopra le nostre teste.

All’alba sbarchiamo, prendiamo possesso dell’accampamento: tende sulla sabbia, un tavolaccio con sedie su cui mangiare e fare nodi. Una cisterna con l’acqua dolce che dovrà bastare a tutti per tutto il viaggio. Non c’è altro, non manca niente! Alle spalle un’altura di roccia, di fronte una spiaggia spettacolare con le lance con cui usciremo a pescare. Il vero lusso sta in questo: solo due pescatori per lancia, con una guida occidentale a disposizione e uno yemenita alla guida. Well done Nicola, well done Wild Sea Expedition!

Sta succedendo davvero: ho annodato il terminale di monofilo più spesso della mia vita (300lbs) alle trecce più potenti della mia vita (PE10/PE12), le canne sono in barca insieme ai miei artificiali spettacolari. In barca anche io e Patrick, la lancia vola sul mare. Puntiamo un drop, un cambio brusco di profondità, dove al cambio di marea si creano rigiri d’acqua importanti e i pesci predatori vanno in caccia.

Dopo pochi lanci, sul mio popper l’acqua esplode: un GT ha mangiato e io ho ferrato a vuoto. Stato confusionale tra entusiasmo, motivazione e delusione. Poco dopo Patrick, ferra e geme! È incannato. Lotta con esperienza, destreggiandosi tra un’aggiustatina alla frizione e un tiro alla paglia. Primo GT in barca.

Secondo le mie esperienze precedenti è un gran pesce! Secondo gli standard di Socotra è “un ratto”… altrove i trenta chili sono un traguardo, qui, sotto i quaranta, non sono “Giant” Trevally!
Faccio tempo a sbagliare un’altra mangiata prima di rientrare al campo base. Tuffo in mare, sciacquarsi con poca acqua dolce a mestolate, maglietta asciutta, luce frontale in testa e stellata da capogiro in cielo.
Mentre sbrano una ciotola di riso accompagnata da ottima carne di montone, chiacchiero col gruppo e con le guide: sono stato troppo impulsivo e nervoso nell’azione di pesca, le ancorette 5/0 sono piccole… da domani solo 7/0

Comincio a conoscere il gruppo: quattro brasiliani stranamente assortiti, sono già stati qui un anno fa e hanno pescato in molti posti del mondo. Uno, Vitor, è molto gentile e simpatico, ha una sua agenzia di pesca in Brasile, mi da delle ottime dritte su come fare nodi con questi carichi di rottura, e diventerà mio amico. Uno ha fattezze asiatiche e umorismo latino, un altro è piuttosto anziano, costretto a pescare con attrezzatura relativamente “light”, farà comunque uno dei pesci più grossi del viaggio! Poi c’è una coppia di giovani e abbienti ragazzi russi. Inutile negarlo, Putin ha da poco attaccato l’Ucraina e noi europei ci sentiamo un po’ a disagio con loro. Ma sono pescatori indemoniati, molto performanti fisicamente, cosa che in questa tecnica aiuta non poco. Le guide sono dei veri professionisti, un giovane francesce, un esperto e canuto sudafricano, un ragazzo inglese e Nicola.

Con le lance ci spostiamo veloci come pirati all’assalto di paesaggi selvaggi, acque incontaminate, costante meraviglia negli occhi. Sulla pelle sole e sale. La prima notte a dormire in una brandina sulla sabbia, lavato a malapena, non dormi benissimo. La prima volta, ad andare in bagno dietro una duna sulla sabbia, non sei a tuo agio. E poi è strano non avere campo sul telefono cellulare. Dopo un paio di giorni dormi meglio che in un hotel cinque stelle lusso, vai in bagno come una principessa, sei sereno come mai, sei felice che il telefono non esista. Capisci che il nostro corpo è fatto per essere usato in attività e natura e che tutto è superfluo eccetto ciò che garantisce il ritmo vitale e la salute mentale.
Pescare grandi pesci in un mare tropicale aiuta molto la salute mentale.
Questa volta ci sta un proverbiale “SBAAAM”, arriva anche per me la ferrata in cui dai tutto! La canna si piega forte con la frizione chiusa e devo piantare un piede sul bordo della barca, stendere le due braccia e spingere il peso indietro per non volare in acqua.

Una battaglia fisica, una specie di scazzottata in cui nessuno ha pietà dell’altro: lui tira per salvarsi la vita, punta il fondo del mare e squote la sua grande testa, il pescatore prova ad alzare la canna a fatica, gemendo, poi la abbassa recuperando veloce per recuperare qualche metro di filo e via di nuovo. Dopo molte sbuffate e ansimate un grosso grosso caranx ignobilis, alias Giant Trevally, è in barca! Sì, sì, sì! Missione compiuta. Gran pesce, eccolo un vero GT.

Eppure… eppure non è ancora degno di essere chiamato BIG per gli standard unici al mondo di queste acque… È un pesce nella sfera dei 40 kg, come lui in questi giorni ne prenderò altri, pazzesco, ma non ancora il dream… non ancora “cinquantello”, come direbbe Vitor con accento brasiliano e sorriso sornione.
Abbracci, foto e rilascio. Anche Patrick stanotte dormirà con il sorriso: un GT spettacolare per lui oggi, nero come la pece, bellissimo. Abbracci, foto e rilascio. Again and again.

Altri giorni, altre emozioni immense e altre catture. Diverse catture, altri GT grossi e molto grossi!
Ed altri pesci… Tutti di taglia interessante.

Prendi un Bluefin trevally? Probabilmente sarà il tuo personal best.

Un episodio che vede protagonista Patrick merita il racconto: tramonto, siamo in uno spot molto promettente, lui è affilato e concentrato, tiene moltissimo al pesce over cinquanta, “IL” Giant Trevally. Pesca molto bene, ha esperienza, attrezzatura essenziale di altissimo livello. Adesso non usa il solito popper “big cup”, lancia un grosso stickbait affondante, lo fa cadere dietro il drop e “pulla” l’esca con movimenti lunghi e ritmati. L’abboccata non si vede, ma da là sotto gli arriva come un pugno nello stomaco, ferra forte, si accartoccia sul bordo della barca e inizia la lotta.
La frizione, chiusa al suo limite, urla. Patrick trova punti di appoggio per i piedi, riguadagna equilibrio e offre al pesce tutto quello che ha da dare, ma dopo diversi minuti non è ancora riuscito a guadagnare terreno. Questo è un pesce serio. Poi il dramma…

La guida sudafricana pensa si possa chiudere ancora la frizione, ma Patrick l’ha tarata al limite delle sue forze e del suo peso, glielo dice, la canna è già piegata allo stremo e il pescatore sta già ansimando con tutti i suoi muscoli allo spasmo. La guida allunga la mano sul mulinello e chiude ancora un mezzo giro… la trazione è troppa, Patrick si piega verso l’acqua e per un millesimo di secondo il trecciato PE10 in tensione altissima tra gli anelli della canna sfiora il bordo della barca: SNAP! Istantaneamente come uno sparo, la canna si raddrizza e Patrick cade all’indietro. La rabbia è tanta.

A cena mangiamo pesce fresco o aragoste e riso, buonissimo! Per chi è in ritardo, ha lo stomaco indebolito dalle spezie o per chi vuole un piatto “di casa” c’è sempre il top del top dei pasti per l’avventura: le ricette liofilizzate di Akta. Un pò di acqua bollente, un cucchiaio e il pasto buono e sicuro è pronto.

Ormai nella mia routine della sera io mi massaggio con il Voltaren Gel e bevo un OKI per farmi passare le infiammazioni alle braccia; al mattino saluto affettuosamente il grosso granchio minaccioso che ama dormire con noi in tenda, bevo un Polase e via!

Dovrei scrivere un libro per raccontare i dettagli di bellezza della natura incontrati in questo viaggio: grandi paguri che di notte corrono su tutta la spiaggia, conchiglie enormi e resti di corallo ovunque lungo la costa, branchi di mante che nuotano nell’acqua cristallina accanto alle barche, murene bianche tra i sassi della riva che giocano con i resti della nostra cena, bonefish enormi che nuotano a branchi sulle sabbie bianche, piccole e deliziose ostriche rosa pronte da mangiare sugli scogli e molto, molto, molto altro. Meraviglia pura di un viaggio remoto e autentico come è sempre più difficile farne.

Domani magari faccio riposare un po’ le braccia dalle popperate e vado a cercare qualche pesce mai preso prima con una sessione di Vertical Jigging su basso fondale. Domani cambio di equipaggio: Nicola come guida e Vitor come compagno di pesca. L’avventura continua, il sogno di fare un vero gigante di Giant Trevally è più acceso che mai.
Stay tuned… (La parte 2 di questo articolo arriverà presto… “il GT da record”. N.d.R.)
ROCK’N’ROD


Roba tosta caro Pietro….. Ho male al braccio dopo aver letto…..
ahahahah! Grazie Simone!
… e vedrai il Big 😉
Io ho ancora mal di schiena anni dopo!