Il pescatore di tonni

foto mattanza tonni - google immagini
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Immagine presa da mondadoriAlcuni libri raccontano di magnifiche avventure di pesca pescata. Altri sono una testimonianza preziosa di un mondo che inevitabilmente, col passare del tempo, si è perso e di cui rimane traccia solo nelle storie raccontate dai vecchi. La mattanza si è trasformata negli anni da antico metodo di pesca a spettacolo per turisti. Non di per se un male perché ha permesso di tenere in vita una tradizione millenaria, ma sicuramente parte dell’anima è andata perduta nel cambio. In questo bel passo il protagonista e un pescatore discutono della crudeltà di questa pesca.

(Liberamente tratto da Il pescatore di tonni di Raffaele Mangano, ed. Amantea)

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Al pomeriggio, felice per come mi ero comportato alla seconda uscita e ricoperto dalla testa ai piedi di crema idratante, stavo passeggiando senza meta per il paese quando vidi Tano e altri pescatori seduti ai tavolini del bar Amici della costa che occupavano tutto il marciapiede antistante il locale. Discutevano animatamente, scherzavano, bevevano vino o birra. Qualcuno mi riconobbe e mi fece un cenno della testa, compreso lo gnomo che mi invitò ad avvicinarmi.
«Vuol bere qualcosa?»
Mi sembrava di esagerare a invadere il loro spazio, visto che già mi ero intrufolato nella tonnara, ma l’insistenza di Tano mi convinse e mi accomodai in fondo alla schiera di tavolini. Ma ancora prima di decidere cosa prendere, sobbalzai perché il pescatore biondo ed erculeo era uscito dalla porta del bar con in mano un boccale di birra, cercando un posto dove sedersi. L’unica sedia ancora libera era proprio quella accanto alla mia, ed era proprio su quella che aveva puntato gli occhi. Mi fu presto di fronte e indicò il posto con un dito.
«Assettati, assettati – disse Tano affabile – ca ti presento a questo amico.»

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Era la seconda volta che sull’isola qualcuno mi regalava quell’attributo, ma ero troppo preso a valutare lo sguardo del colosso per compiacermi. Lo gnomo Puglisi fu inappuntabile nelle presentazioni, ma il mio piacere di conoscerla non fu ricambiato. Decisi che mi serviva una scusa rapida per alzare le chiappe dalla sedia di metallo e allontanarmi.
Clemente bevve un lungo sorso.
«Buongiorno, l’ho vista sulla parascalma oggi e qualche giorno avanti.»
Il timbro della voce fu una sorpresa. Avrei scommesso, e perso una cifra considerevole, che da quella montagna di muscoli sarebbe uscito un suono cupo e profondo. Invece il suo era un tono delicato e leggermente acuto, al punto che supposi volesse canzonarmi.
La parascalma doveva essere una delle barche perpendicolari al Vascello che formavano due lati della camera della morte. Avrei chiesto comunque conferma al mio interprete.

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Ma la domanda che mi posi non era di tipo semantico, bensì cosa avesse pensato Clemente dopo avermi notato per ben due giorni, in un luogo dove non dovevo essere. Poi arrivò il panico, perché lui aveva teso la mano e io non potevo fare a meno di infilare la mia in quella pressa. Già immaginavo lo scricchiolio sinistro del carpo e del metacarpo, la perdita dell’uso delle dita, e lo svenimento sul marciapiede, mentre lui sibilava: non ci piacciono i forestieri in generale, e in particolari quelli curiosi che vengono a divertirsi mentre noi lavoriamo come bestie.
O frasi di senso equivalente. Invece mentre stringeva con delicatezza, agitando appena le due mani unite, disse:
«Ho saputo da Filippo Errera che sta a casa sua e che è tornato per la mattanza.»
Deglutii e spiegai tutto velocemente, compreso un sunto della mia per altro modesta biografia, come se fossi sotto interrogatorio da un magistrato. E intanto aggiungevo un’ulteriore sorpresa: Clemente aveva parlato correttamente in italiano, se pur con un inconfondibile accento, e sempre con quella sua voce quasi infantile.

«E si è divertito?» Buttò lì scolando la birra.
«Non è la parola giusta. Mi ha impressionato, questo sì. Dopo il primo giorno sono stato male… ero sfinito… non per la fatica, ma per la tensione. Non avrei mai pensato potesse essere uno spettacolo…»
«Uno spettacolo?»
«No, per modo di dire… volevo… insomma non pensavo che la mattanza fosse così crudele. Ecco, ho avuto ammirazione per voi e il vostro lavoro, e un po’ mi facevano pure pena i tonni.»
Immagine presa da linkiesta
Mi ero incartato, però più o meno avevo rivelato il mio stato d’animo. Clemente Ventrone riempì il petto d’aria e la sputò fuori con forza. Intorno al nostro tavolo si era fatto silenzio. Mi interrogavo su cosa avessi detto di sbagliato e pensai: ecco è finita, adesso mi prende e di me fa un fantoccio di pannolenci da appendere nello stabilimento come monito per i prossimi intrusi.
«Quello che volevo dire – pigolai – è che io, insomma, mi sono emozionato, dico la verità, però…»
«Ho capito quello che vuole dire, ho capito, non sono fissa.»
Era la prima parola che pronunciava in siciliano, e aver usato fissa per dire stupido non era stato un errore. Difatti lo ribadì:
«Le pare ca iu sugnu fissa?»
Negai col solo gesto del capo e mi guardai intorno, avevo tutti gli occhi puntati addosso. Chissà dove mi darà il primo colpo, pensai, ormai ci siamo.

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Quadro mattanza tonni – (tratto liberamente da google immagini)

«Ogni tanto qualcuno di passaggio la dice questa minchiata che i pesci soffrono. E va bene, magari soffrono, e togliamo pure il magari. Ma noi non siamo gente malvagia e senza cuore. Per noi i tonni sono la vita da mille anni, con i tonni qui ci hanno campato da sempre. Favignana sarebbe stata un’isola deserta senza la mattanza, mi capisce? Quello che ha visto è solo uno dei modi per pescarli, non ne conosciamo altri. Come lo prende lei un animale da trecento chili? Con la canna da pesca? E noi cosa dobbiamo fare, ci cantiamo una canzone per farli addormentare come i piccirilli? O ci diamo il sonnifero uno per uno?»
Risero tutti, io no. Scossi solo il capo ma non per negare, così tanto per fare un gesto qualsiasi.

«L’ha mai sentito un maiale sgozzato quanto urla? E i crasti… voglio dire i montoni, non soffrono quando i pastori gli tagliano la gola e gli fanno colare il sangue ancora vivi? Come li ammazzate al nord i jenchi, con le punture? Mi scusi, volevo dire i cosi… i vitelli. Lo dico sempre a chi fa tanto il santo: venite qui a dirci come li dobbiamo pescare. A noi gli antichi ci hanno insegnato questo, ma se ci fate vedere un’altra manera, siamo pronti.»

Clemente tambureggiò con le dita. Quel rumore spostò il mio sguardo dal suo viso al braccio. Il movimento della mano faceva vibrare i muscoli, il bicipite sporgeva a sbalzo dalla spalla e avrebbe potuto essere usato come piattaforma di carico al porto. Una vena del collo si tese.
«Poi quelli il tonno Florio in scatola se lo mangiano e dicono: che buono! Però ci fa la puzza al naso se lo andiamo a prendere con la mattanza.»

Mi stava fissando da sotto la massa di ricci come il primo giorno, quando mi aveva squadrato da Vascello. Ora che mi era accanto potevo vedere il colore dei suoi occhi azzurro grigi. Ormai non mi sorprendevano le pupille dei favignanesi; del resto nell’arco dei secoli erano passati Cartaginesi, Romani, Fenici, Arabi, Normanni, Bizantini, Angioini, Aragonesi, con razzie momentanee di genti di passaggio. Ci fecero una puntata persino i Liguri e i vandali di Genserico. Normale che si fosse generato un miscuglio di tratti somatici.

Immagine presa da wikipedia - Antonio_Varni

Ma non credo che in quel momento stessi pensando alla scala di Mendel e alla genetica, è più probabile che fossi impegnato a immaginare l’orrenda fine dell’ultimo imbecille che aveva litigato con Clemente.
«Beppe, un’autra birra – urlò lui al padrone del bar che si era affacciato sulla porta – anzi portane pure dui.»
Ero salvo, dunque. Rimaneva sempre l’ipotesi che la seconda bottiglia, una volta fracassata sul bordo del tavolo, gli servisse per sfregiarmi il viso. Sentivo che mi toccava dire qualcosa.
«Sì, lei non dice fesserie, ho inteso perfettamente. Però io vengo da una grande città e magari certe cose le vedo confuse. Capisca anche me, sono finito davanti a un lago di sangue, ho assistito per la prima volta alla mattanza. Insomma ci devo ancora ragionare su.»
«Giusto, adesso beviamo, alla salute.»

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Gli altri tonnaroti ripresero a parlare; in qualche modo Clemente Ventrone mi aveva dato il lasciapassare, magari provvisorio, ma era già qualcosa. E lui era un capo ciurma totale, se pur giovane. Rispettato, benvoluto, ascoltato. Bevemmo in silenzio, lui scambiò qualche parola con i vicini in favignanese stretto, sicché non capii una parola. Però ero certo che non parlassero di me e anche questo era un buon segno. Quando si volse di nuovo verso il mio lato, gli chiesi qualche dettaglio sulle fasi della pesca e lui sembrò lieto di spiegarmi ogni cosa per filo e per segno, con dovizia di particolari e buona pazienza, visto che parlava con un alieno del suo mondo. Poi mi lasciai andare alle frivolezze.
«Le posso chiedere perché mette sempre questi vestiti così colorati, rosso, arancione, giallo.»
«Pure tu non scherzi! Ci dobbiamo dare del tu, giusto? Vuoi sapere perché? Perché sono i colori del sole di Sicilia.»
Fece una pausa, sorrise:
«Ci hai creduto…? Questo si può raccontare alle turiste in estate! Il motivo è un altro, ma non te lo posso dire perché si tratta di superstizione, e se te lo dico poi mi porta male.»
Vide la delusione nel mio sguardo.
«Ti spiego, senti questa. C’è un tonnaroto che porta in testa un cappello di lana tutto mangiato dal sale e scolorito che fa schifo. Ma se lo tiene perché un giorno un tonno con la coda gli passò tanto vicino alla tempia che gli strappò un filo. Bastava mezzo dito e quello se ne andava al creatore. Ecco perché si mette ancora quel cappello, per ringraziare la fortuna.»
«E anche per te quei colori rappresentano qualcosa del genere?»
«Più o meno. Eppoi mi piacciono assai, mi sento naturale con quelli addosso. Che fai domani, torni in mare?»
«Se non mi buttate fuori voi, io ci torno per tutto il tempo che sto qui.»
«Allora ci vediamo.»
Mi ridiede la mano e si allontanò. Per la prima volta non mi sentii un intruso. Zu Beppe mi aveva infilato nella tonnara, e ora Clemente in qualche modo aveva deciso che ci potevo stare a mio piacimento.

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