Il pesce del Principe, il caviale del Vescovo

Copertina il pesce del principe il caviale del vescovoLo dico senza mezzi termini: questo libro è una perla rara. Un lungo lavoro di ricerca certosina negli archivi dell’Ospedale Maggiore di Milano e dei Barnabiti, nella Biblioteca Braidense e nella Sormani, nell’Archivio Storico Civico e in quello Diocesano che ripercorre la storia della pesca a Milano dal XVI all’epoca moderna. Una fotografia precisa, di un mondo ormai scomparso, che oltre a spiegare alcuni paradossi della pesca in Italia come la frammentazione dei regolamenti che possiamo osservare ancora oggi, fa sorridere con note di colore come i rimedi della medicina tradizionale (non tanto diversi da quella cinese che viene spesso presa in giro) o la credenza che le anguille nascessero da altri pesci da cui prendevano alcune caratteristiche. In pratica è un documento di interesse incredibile per tutti i pescatori di acqua dolce o di mare. Per quelli di Milano poi, dovrebbe sostituire i Promessi Sposi nei licei… Di seguito alcuni passaggi tratti da diversi capitoli dell’opera. (liberamente tratto da Il pesce del Principe, il caviale del Vescovo di Giorgio dell’Oro ed. Book Time)

Premessa
Fino al momento della grande industrializzazione, iniziata verso la metà del XIX secolo, il Milanese era una zona di pesca e di allevamento ittico, con un vivace commercio interno e ancora nel 1849 il settore era ritenuto «un ramo d’industria agricola assai importante», ma nel ventennio successivo entrò in crisi e già all’inizio del Novecento molte specie erano sull’orlo dell’estinzione. La varietà della fauna in età moderna era notevole grazie alla ricchezza di corsi d’acqua relativamente poco inquinati e privi di barriere architettoniche, che iniziarono a essere costruite a partire dalla seconda metà del Settecento. I fiumi seguivano il loro corso naturale ramifìcandosi e creando ambienti particolari estremamente accoglienti per molte specie (pesci, rane, gamberi, lumache), che così potevano prosperare e avere la possibilità di spostarsi in areali diversificati su un ampia superficie, e le stesse aree urbane erano abituali luoghi di pesca. Fino al XVIII secolo in Lombardia il consumo di pesce di acqua dolce era frequente, anche per questioni legate ai divieti religiosi (giorni di magro, Quaresima) e il cui rispetto era imposto da rigorose leggi sia ecclesiastiche che secolari: ciò rendeva il commercio del pesce un reparto fondamentale del sistema provvisionale. L’abbondanza di corsi fluviali e la variegata fauna ittica consentirono poi lo sviluppo di molteplici attività legate alla pesca e in alcuni centri urbani vennero costituite addirittura corporazioni specifiche (Pavia, Vigevano, Como, Lecco). Giuseppe-Maria-Mitelli-proverbio-Sky ArteL’elevata richiesta e la conseguente pesca intensiva, persuasero le autorità a varare nel corso del XVI secolo una normativa per regolamentare il settore, che fino al 1575 rimase piuttosto caotico: ogni capoluogo aveva emanato nel corso dei secoli precedenti disposizioni particolari, in parte limitate dalle varie giurisdizioni ecclesiastiche e feudali. Il passaggio sotto la dominazione spagnola ridefinì i rapporti tra centro e periferia, e la politica di accentramento, iniziata dopo il 1545, consentì di ridurre i particolarismi e le esenzioni grazie a leggi univoche: nelle intenzioni dei governanti simili disposizioni avrebbero dovuto assicurare un maggiore controllo sulle acque e sullo sfruttamento delle risorse ittiche. Tuttavia le norme emanate nel corso dell’età moderna ebbero il grave limite di essere poco rispettate a causa di una struttura di controllo inefficiente. Inoltre il principale interesse dei governanti fino alla fine del Settecento fu di ottenere strumenti idonei ad assicurare l’imposizione e la riscossione dei carichi fiscali, mentre alla conservazione del patrimonio biologico venne riservato un interesse marginale. Di conseguenza in età moderna lo sfruttamento delle risorse aumentò costantemente e l’ecosistema finì per essere messo a dura prova. La normativa ispanica, seppur applicata in modo incostante e spesso aggirata, venne conservata con minime integrazioni ben dopo l’Unità e salvaguardò l’ecosistema evitando estinzioni di massa: l’inizio della crisi ambientale si rese palese in epoca austriaca, ma divenne irreversibile solo dopo la metà del XIX secolo. In età moderna nello Stato di Milano il principale centro di consumo ittico rimase sempre la capitale e il commercio del pesce si sviluppò secondo precise direttive, rimaste pressoché invariate fino all’epoca napoleonica. Ancora oggi Milano è il principale mercato ittico dell’Italia settentrionale, ma la pesca commerciale locale è ormai solo un lontano ricordo. […]

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Lo scenario ittico all’inizio dell’età moderna

I pescatori che quasi ogni giorno pescano in abbondanza nei laghi del nostro contado, più diciotto, pesci di ogni tipo, trote, dentici, capitoni, tinche, temoli, anguille, lamprede, granchi e ogni altro genere infine di pesci grossio minuti, e che pescano nei fiumi, più di sessanta, e che portano in città pesce pescato nei ruscelli innumerevoli dei monti, assicurano di essere più di quattrocento.

Così scriveva Bonvesin de la Riva nel XIII secolo e nella stessa città di Milano nel Medioevo la pesca era ampiamente praticata dentro le mura cittadine grazie ai Navigli e ai corsi d’acqua che scorrevano nei pressi: nell’area di La Chiarella la pesca era addirittura una delle principali attività. Anche tutto il fossato del castello e quello che circondava i bastioni erano reputati un’area pescosa e ancora negli anni Trenta del Seicento il solo fossato del castello forniva circa 400 libbre di pesce al giorno «de inferior Annibale Caracci-gonnelli.itbontà et minuto» rispetto a quello delle zone extraurbane e che poteva essere venduto solo nei mercati urbani meno rilevanti presso le porte Ticinese, Vercellina, Comasina e Nuova, mentre gli era di solito precluso quello del Verziere, che era il vero e proprio mercato generale della città. In realtà prima del 1631 la pescosità delle acque urbane era ancora maggiore, ma quell’anno venne rilasciata una licenza per usare il fossato delle mura esterne come cava da cui estrarre sabbia destinata al settore edilizio, con immaginabili ripercussioni sulla qualità dell’acqua, che divenne torbida; ciononostante all’inizio dell’Ottocento in città erano ancora presenti vari pescatori urbani. Il panorama ittico lombardo non può poi essere disgiunto da quello svizzero per la comunanza dei bacini lacuali; entrambe le zone erano reputate di notevole qualità sia per la varietà sia per la quantità del pescato: in particolare nelle aree lacuali di confine vi era una rilevante e rinomata produzione di agoni e arborelle sotto sale o essiccate, ed esportate nelle aree circostanti. Inoltre è da ricordare che lo Stato di Milano fino al Settecento comprendeva anche aree situate oggi nel Piemonte orientale (Alessandrino, Novarese, Tortonese), in cui vi erano zone rinomate per la pesca come i laghi di Orta, il lago Maggiore, un lungo tratto del Po e la Valsesia, assai apprezzata per le trote. Nel XVI secolo, il Ducato di Milano, dopo Ie guerre d’Italia (1494-1535), era poi stato definitivamente privato dei territori Ticinesi, Valtellinesi, Bergamaschi e Bresciani, e solo gli ultimi tre tornarono a far parte della Lombardia a seguito del dominio napoleonico e austriaco sette-ottocentesco. Le acque lombarde, e padane in generale, erano estremamente ricche di fauna e caratterizzate dalla presenza di pesci ormai scomparsi, alcuni dei quali oggi reintrodotti, anche se solo in cattività. […]

L’inizio del dominio spagnolo (1545-75)
La legislazione sulla pesca in epoca visconteo-sforzesca era estremamente frammentata, in quanto ogni singolo comune aveva emanato nel corso dei secoli proprie norme, che non sempre erano coincidenti, tuttavia non risulta dalla documentazione che fino al XV secolo vi siano state gravi emergenze. Un sicuro peggioramento della situazione avvenne a seguito delle guerre d’Italia (1494-1559), che causarono un certo disordine istituzionale e pertanto al settore ittico non fu prestata alcuna particolare attenzione e le rare disposizioni al riguardo vennero disattese. Dopo la pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 vi fu una stabilizzazione politica e un conseguente rafforzamento delle istituzioni centrali, che permise di riformare il sistema di approvvigionamento alimentare dello Stato di Milano, in modo da assicurare alla realtà cittadina un regolare rifornimento. Il Giuseppe-Maria-Mitelli-proverbio-maremagnumcontrollo di questo apparato era affidato a una serie di istituti, operanti senza particolari trasformazioni fino al 1796: eretti in parte già in epoca viscontea-sforzesca, vennero profondamente riformati durante il periodo dell’occupazione francese successiva al 1515, e quindi in parte rinnovati dalle Nuove Costituzioni del 1541-45 imposte da Carlo V d’Asburgo e infine riorganizzati in epoca teresiana nella seconda metà del XVIII secolo. Al vertice c’era il Governatore che rappresentava il monarca, sotto di lui operava il Senato, che era la suprema magistratura, il Magistrato Straordinario (in alcuni periodi venne unificato a quello Ordinario e in tal caso lo si indicava come Magistrato Camerale), che aveva giurisdizione sulle acque e sulle materie attinenti il patrimonio regio; vi erano quindi il Tribunale di Provvisione, il Giudice delle Vettovaglie e vari altri ufficiali minori sparsi su tutto il territorio, che agendo prevalentemente in ambito economico-mercantile assicuravano il funzionamento dell’ordine pubblico, del vettovagliamento e della politica fiscale. Le grida sulla pesca pubblicate nei primi anni della dominazione asburgica però continuarono ad avere carattere locale e dovettero passare alcuni anni prima che fosse messa a punto una normativa generale e universalmente applicata. Fino alla fine degli anni Sessanta gli interventi delle autorità rimasero per lo più ristretti alle singole province e nel decennio successivo si cercò di rendere omogenei i limiti riguardo alla cattura dei pesci nei periodi di riproduzione – o frega – e si fissarono misure minime per i pesci destinati alla vendita; tuttavia le modalità per la cattura rimasero piuttosto vaghe e solo nel 1568 il Governatore ritenne opportuno precisare che l’uso di veleni era possibile solo in acque chiuse affinché le acque correnti non venissero contaminate. […]

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