La pesca dei tonni

Enrico Bertolini è Emilio Salgari. E Emilio Salgari, beh, è Emilio Salgari. E ha scritto un racconto breve sulla tonnara di Alghero nel 1904, pubblicato sulla rivista che dirigeva all’epoca: Per terra e per mare, con lo pseudonimo di Enrico Bertolini. Lo stile è pesantuccio e il lessico un po’ arcaico, ma: è come si scriveva all’epoca, è un bel racconto di pesca e io non sono assolutamente nessuno per giudicare come scrive la versione italiana di Jules Verne. (liberamente tratto da La pesca dei tonni di Emilio Salgari ed Nemapress)

Le acque della rada cominciavano già ad agitarsi. Dei fiotti di spuma balzavano di quando in quando in aria, come se una forza misteriosa li proiettasse.
Erano le code dei poveri tonni, che vibravano colpi contro le pareti delle camere, trovandosi ormai troppo stretti. Le reti, che vengono adoperate in quella pesca, sono le più gigantesche che si costruiscono, misurando sovente parecchi chilometri di lunghezza.
Esse si compongono di un gran numero di cortine di maglia di corda che si tendono nella località dove i tonni sogliono radunarsi.
Al pari dei merluzzi del Gran Banco di Terranova, anche questi deliziosi pesci, ogni anno tornano nei medesimi luoghi, e quasi sempre tra la primavera ed il principio dell’estate.

Arrivano in gran numero, da secoli e secoli, sempre per le medesime vie, cadendo sempre nei medesimi agguati, con una ostinazione cieca, come avviene ai popoli a cui l’esperienza a nulla giova.
È la temperatura delle acque o l’abbondanza di frutta marine che li fanno accorrere, sempre in quei medesimi luoghi o la calma che regna nei seni della Sardegna o qualche altro motivo, il fatto è che non mancano mai.
Forse, col tempo, anche la loro via si sposterà, come è avvenuto per le aringhe e le sardine che hanno lasciato le coste dell’Olanda per le alte acque del Mare del Nord, ma per ora non danno segno di essere stanchi di farsi decimare dai ramponi sardi e siciliani.
E lo strano si è che non si spaventano della presenza delle reti. Vi si cacciano dentro ciecamente, ed una volta fra quelle maglie non ne escono più, perché quelle cortine, che si restringono a poco a poco in forma di corridoio, mettono nell’ultima camera che, come abbiamo detto, si chiama quella della morte o anche corpus dai pescatori sardi.

Mentre noi compivamo il giro della rada, le gettate si erano popolate di pescatori, quasi tutti nudi, non avendo che un paio di calzoncini od un sottanino, mentre il rais, ossia il capo della mattanza, aiutato da parecchi vigorosi compagni, faceva collocare le bastarde attraverso le prime camere, per impedire ai tonni di tornare indietro e costringerli a restringersi.
Una ventina di chiatte, guidate dai sotto-rais, e montate ognuna da un equipaggio numeroso, si erano collocate fra le gettate e le reti.
Nessuno più parlava, e quei tre o quattrocento uomini pareva che non respirassero più. Tutti i loro sguardi erano fissi sul rais; che s’avanzava lungo la rete sulla sua mosciarra (barca) equipaggiata da sei gagliardi rematori. Insieme a loro vi era il direttore dello stabilimento, per poter giudicare il numero approssimativo dei tonni rinchiusi nelle varie camere, nonché la loro qualità ossia se grossi, mediocri o piccoli. Ad un tratto, vedemmo il rais, che era un bel vecchio dalla barba bianca e di forme erculee, salire sulla prora della mosciarra e alzare una mano.

A quel segnale tutti i pescatori delle chiatte anche quelli che stavano allineati sulle gettate, si levarono i berretti; allora il vecchio intonò una preghiera che fu ripetuta da quattrocento voci, con un effetto grandioso e nel medesimo tempo commovente.
Si usa recitare tanti Pater e tanti Ave, quanti sono i santi protettori della pesca, che non sono pochi a dire il vero, implorando specialmente il santo protettore della mattanza, che viene sorteggiato il giorno in cui il massacro dei poveri tonni ha luogo.
Dopo una buona mezz’ora, il rais fece l’ultima invocazione diretta a S. Pietro, il gran patrono, che terminò col grido:
– Dateci una buona pesca!… –
A cui risposero tutti i marinai ed i facchini dalle calate con un formidabile:
– Dio lo faccia!… –
Successe un breve silenzio, poi il vecchio chiese ad alta voce ai sotto-capi della pesca, che occupavano le chiatte disposte all’imboccatura della rada, se le porte delle reti erano chiuse. Alla risposta affermativa, comandò:
– Molla!… –

Le varie pareti delle camere, a quel grido furono lasciate cadere a fondo, lasciando ai tonni il passo libero per spingerli verso l’ultima sacca: il corpus. Nessuno più parlava. Tutti, curvi sulle chiatte, guardavano i grossi pesci avanzarsi a battaglioni verso la camera della morte.
L’acqua era cosi limpida in quel momento che potevamo scorgere distintamente le future vittime.
Il rais intanto, sulla sua mosciarra si avanzava lentamente verso il centro della rada, seguendo i tonni nella loro ritirata, battendo di quando in quando le acque con delle funicelle di palma bianca per costringerli a fare il giro delle camere.

A fior d’acqua, delle piccole ondate cominciavano a sollevarsi qua e là.

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