Lettera aperta a pescatori, animalisti, cacciatori, amici e nemici.

La coscienza del pescatore.

 

E’ al centro, è la ragione per cui ti svegli all’alba, guidi per ore di sbadigli, scali la montagna sudando d’estate e barbelli di gelo d’inverno, eppure non lo è del tutto, non è forse l’esercizio della pesca che ti motiva, quella è la scusa. Forse l’amore per la lenza nell’acqua è innamoramento e passione giovanile, ma l’amore vero, quello per sempre, quello a cui sei fedele e a cui dedichi la vita, fa della lenza la sua scusa, il suo mezzo, mentre il fine ultimo, l’oggetto della passione è proprio il contesto: i colori del cielo ad orari impossibili, gli amici e i figli che comprendono e condividono, le ore in solitaria contemplazione del tuo posto nel mondo, l’acqua in tutte le sue forme, gli animali che incontri, la bellezza surreale dei pesci, il suono del fiume, il profumo del mare.

La lenza ci lega a tutto questo con una forza impossibile da spiegare e da comprendere fino in fondo. Senza l’esercizio della pesca l’equazione non torna, il resto non sembra bastare, la sveglia viene rimandata, l’acqua non ci parla più, i cieli tornano ad essere banali, esplorazione e contemplazione si fanno sterili.

Sempre più spesso mi trovo in difficoltà a spiegare perché è tanto importante pescare per me. In imbarazzo per la palese contraddizione dell’illogica asserzione che professiamo tutti noi pescatori: <Amo i pesci, l’acqua e la Natura. Ergo pesco>. Chiunque risponderà: <Svegliati pure all’alba, vai al fiume o al mare, immergiti con una maschera, rema o cammina quanto vuoi… ma se li rispetti, non bucare i pesci con i tuoi ami! Soprattutto se poi li rilasci! Tu fai loro del male e se non li uccidi comunque li ferisci>.

Questo argomento non ammette obiezioni. Se noi pescatori lo capiamo, se partiamo da questo punto per spiegare la nostra passione saremo più credibili agli occhi del mondo e forse più ascoltati.

Riconosciuta questa verità, ammessa la natura illogica della nostra passione, la nostra indiscutibile crudeltà verso animali innocenti, potremo argomentare che senza la lenza, la sfida dell’esercizio della pesca per prendere pesci, non saremmo capaci di vivere con tanto ardore la nostra vita sull’acqua.

Quindi prima impariamo a scusarci del nostro peccato originale di crudeltà verso i pesci, poi annunciamo al mondo a testa alta i nostri meriti e reclamiamo tutti insieme e a gran voce il nostro ruolo da protagonisti indiscussi nella tutela dei pesci e dell’ambiente in cui vivono! 

Noi pescatori consapevoli facciamo tantissimo per la salvaguardia dei pesci e degli ambienti acquatici. Il nostro amore verso i pinnuti è certamente sadico ma è sincero e viscerale e spesso costituisce paradossalmente la loro unica salvezza. Questo amore è uno strano equilibrio tra istinto atavico da predatori e razionale impegno di tutela. L’uomo moderno non deve dimenticare di essere un animale tra gli animali e per quanto abbia esercitato il pensiero astratto, resta animale, ritrovare questo posto nel mondo è molto importante.

Il pescatore sente e controlla un istinto di predatore, di uomo primitivo che procaccia il suo pasto, qualcosa di violento e crudele, come del resto ogni predazione nel mondo animale.

I pescatori vivono l’acqua come i non pescatori nemmeno immaginano. La monitorano, la studiano, la sognano.

Il pescatore consapevole contemporaneo dialoga con la scienza, ittiologi e biologi in primis, conosce le principali minacce dell’ecosistema in cui cerca le sue prede e lo tutela combattendole. Ad esempio lotta contro prelievo idrico eccessivo, inquinamento, bracconaggio. A volte lo fa in prima persona con ruoli rappresentativi nei più disparati organi competenti o tavoli di discussione, oppure semplicemente dando i suoi soldi ad associazioni meritevoli, scrivendo su internet o su riviste di settore, dialogando con il prossimo, raccogliendo un pezzo di plastica dal fiume, chiamando le guardie di fronte alla constatazione di un’effrazione e così via.

Stiamo parlando del pescatore consapevole contemporaneo, non di beceri “padellari” selvaggi, né di ignoranti poco lungimiranti, né di bracconieri spavaldi e ottusi, né di arroganti inseguitori del tiro alla fune a tutti costi… Il pescatore evoluto sa di non essere santo, riconosce il suo peccato originale e anche da questo trae la sua forza per tutelare ciò che ama in modo tanto profondo quanto sadico. Il risultato è qualcosa di straordinario: può ergersi paladino di fronte a scempi ambientali della cosiddetta “energia green”, scontrarsi con schiere di animalisti spesso purtroppo tanto infervorati quanto impreparati e superficiali: persone che non sanno riconoscere pesci autoctoni da pesci alloctoni, che non saprebbero distinguere pesci cresciuti liberi da pesci allevati in vasca, persone mosse da un amore vero verso gli animali ma che farebbero bene ad interrogarsi su cosa è davvero il bene di una specie animale e cosa serve per salvaguardarla. Pescatori e cacciatori sono per definizione una minaccia alla vita degli animali, in questo senso un’ostilità è legittima. Eppure fino a quando pescatori e cacciatori saranno i custodi degli ambienti selvatici, fino a quando ci saranno pescatori e cacciatori consapevoli che si prenderanno cura più di chiunque altro di boschi, fiumi, prati e foreste, laghi e mari, fino ad allora un dialogo sarebbe auspicabile. La scelta radicale “animalista” è eroica, ma impone ragionamenti profondi. Ad esempio: la tutela indiscriminata di una specie rischia di minacciare la tutela di altre specie?

L’amore per l’animale domestico non è forse altrettanto sadico e poco sostenibile per l’ambiente? Milioni di animali cresciuti in cattività per il nostro piacere affettivo, quasi sempre alimentati con cibo della grande distribuzione e relativo impatto sul pianeta. L’alimentazione e l’abbigliamento dell’animalista radicale riescono a non essere sadici e ad alto impatto sull’ambiente? Come i suoi trasporti ed i suoi viaggi, non sono forse una crudeltà verso tutte quelle specie animali a rischio nell’era contemporanea di cambiamento climatico e sovrappopolazione? Larga parte di essi non sono forse fatti con l’aggravante del superfluo, del proprio diletto? Un gesto contro l’ecosistema e i suoi animali se è indiretto è meno grave di un gesto diretto? Ha senso distinguere?

Chi è senza peccato scagli la prima pietra…

Tutti pecchiamo quotidianamente contro il mondo animale, contro l’ecosistema che ci ospita. Molti dei nostri peccati sono finalizzati a farci stare bene o a darci un qualche tipo di piacere.

Se abbiamo il coraggio di rifletterci ed ammetterlo e non solo quello di puntare il dito contro gli altri con superficialità, allora troveremo spunti interessanti per approfondire, informarci e quindi discutere, confrontarci, trovare soluzioni e mediazioni e, a volte, combattere contro gravi minacce.

Se questa consapevolezza si diffondesse,  nuove battaglie per l’ambiente vedrebbero schieramenti eterogenei e vasti, più potenti nel loro grande numero. Animalisti e cacciatori, pescatori di tutte le discipline, sostenitori dell’idroelettrico e canoisti e così via… divisi nella veduta e nel pensiero su piccoli temi ma uniti sul grande tema dell’amore per il pianeta, la Natura nel suo complesso. Che poi amare la Natura significa ricerca di un equilibrio sostenibile e, alla fine del ragionamento, amore per noi stessi, l’Umanità come vita integrata nel pianeta, nel suo senso più puro, parte tra le parti di un unico Tutto.

12 Comments

  • Daniele ha detto:

    Bravissimo Pietro, concordo al cento per cento con quanto hai scritto nell’articolo!

  • Massimo Bini ha detto:

    Concettualmente ineccepibile. Ti leggo sempre con molto piacere Pietro.
    Grazie

  • Riccardo ha detto:

    Ottimo spunto di etica e moralità, prendere coscienza dei propri ” peccati” è sempre un piccolo passo verso la consapevolezza di sé. Credo che ognuno cerchi nella pesca, a discapito della tranquillità dei pesci, un suo particolare modo di essere fuori dagli schemi obbligati dell’economia; bastare a se stessi nella ricerca del bene primario, il procacciarsi il cibo, anche se in forma ritualizzata. Lanciare, attraverso un filo, una parte di se verso un mondo invisibile, cercare di immaginare il ” non veduto” e celato da un elemento a noi ostile, credo sia, per me, una sorta di ” allenamento” alle incognite della vita…insomma, ognuno ci mette un po’ del suo, per spiegare l’ amore che ci spinge a pescare, a difendere, a curare quella meraviglia del creato che tanto ci appassiona.

  • Davide Lugato ha detto:

    Insuperabile. Nient’altro da dire.

  • Gemignani Sandro ha detto:

    Ciao Pietro. Sono d’accordo su tutto, calco i torrenti da 40 anni e come tutti i pescatori consapevoli, ho avuto l’evoluzione fisiologica da prendi e porta a casa a o kill integrale. Più d’una volta ho discusso con pseudo ambientisti ed oltre a scontrarci sulle tematiche da te descritte ,ho affrontato molte volte il tema cormorani.. uccelli marini ittiofagi alloctoni che con i torrenti non c’entrano nulla e responsabili di vere e proprie stragi di pesci i quali,invece ,nelle acque interne, ci sono sempre stati. Purtroppo però a questi ipocriti tutto ciò poco importa, perché tutto ciò che si vede è degno di salvaguardia, i pesci che stanno sotto la superficie,non si vedono.. quindi meno degni . Queste persone dovrebbero documentarsi,capire che se non ci fossimo noi pescatori,i nostri corsi d’acqua sarebbero ancor peggio di quello che ormai, ahimè ,i già sono.

    • Pietro Invernizzi ha detto:

      Ciao Sandro, grazie mille del commento! Purtroppo leggo solo ora, ma ti ringrazio molto.
      Speriamo il tempo veda un’evoluzione generale, speriamo in futuro la Natura sia vissuta in modo migliore da tutti.

      A presto,
      P.

  • mimmus ha detto:

    Ciao Pietro,
    chi scrive pesca da quando era minorenne (senza nessuno che lo potesse scarrozzare per fiumi…) ma, nello stesso tempo, “ambientalista” duro e puro più o meno dai vent’anni di età.
    Ricordo ancora assemblee con i cacciatori che promettevano “palle in testa” se ci avessero trovato nel bosco oppure la propaganda per il referendum del 1990, con annessa delusione cocente oppure la lotta per l’istituzione di santuari di wilderness per i rapaci, in cui fosse completamente negato l’accesso a chicchessia.
    Eppure, non ho mai smesso di pescare.
    Come spiegarlo? Non lo so ma mi sono ritrovato in molte delle tue considerazioni.
    Forse, oggi come oggi, con l’età, in un mondo diverso, con più spazi “wild”, più regolamentazione, più controlli, più consapevolezza, potrei accettare persino chi va a caccia perché forse i veri “nemici” sono altrove, specialmente in chi ci ruba i luoghi, i paesaggi, le sponde, le spiagge, i sogni.
    E la nostra lenza resta il sensore privilegiato per capire cosa sta succedendo, ai nostri fiumi, ai nostri laghi e ai nostri mari.-

    • Pietro Invernizzi ha detto:

      Ciao Mimmus,

      grazie del commento! Sempre un grande piacere leggerti.
      Sono totalmente d’accordo sui “veri nemici” e mi piace molto come definisci la nostra lenza… un sensore privilegiato.
      Le nostre generazioni hanno visto evolversi enormemente la sensibilità ambientale, purtroppo anche per necessità, ma oggi la scelta ambientalista o anche semplicemente rispettosa e sensibile è possibile oltre che doverosa… Oggi tocca a noi il compito di spiegare l’importanza ai più giovani e di difendere la pesca nei suoi valori più alti, con la speranza che il domani sia migliore di oggi.
      Grazie ancora, a presto! Rock’n’Rod
      P.

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