Guarda che mare

Copertina Guarda che mareDi chi è il mare? E tutto ciò che ci vive e si muove attraverso esso? Questo passo molto interessante cerca di chiarire proprio questo punto: requisito imprescindibile per poter concepire politiche di conservazione e di sfruttamento sostenibile delle risorse ittiche marine (liberamente tratto da Guarda che mare, di Silvio Greco e Cinzia Scaffidi, edito da Slow Food Editore).

LE RISORSE RINNOVABILI COME BENI COMUNI
Una ventina di anni fa, presso la facoltà di legge dell’Università di Torino, uno studente di diritto privato iniziò e concluse il suo esame in pochi secondi. Alla domanda: «Che cosa è una balena?», rispose: «Un mammifero» e il docente lo spedì via con un nulla di fatto. «Le ricordo che lei non si è iscritto a Veterinaria», sibilò l’accademico, «ma a Giurisprudenza, e per la legge italiana una balena è una res nullius».

Res nullius, una cosa di nessuno. Senza nemmeno avvicinarci a quella selva intricatissima che è il diritto di proprietà vorremmo provare a ragionare in termini generali sui concetti di risorse e di responsabilità. Però qualche passo, sia pure tenendoci prudentemente ai margini di quella selva, ci tocca farlo, per lo meno per individuarne alcune caratteristiche. I primi accenni dell’idea di diritto sono nati sulla e per la terraferma: un posto dove si possono stabilire limiti e confini, definire proprietà e appartenenze. Dove le cose, grossomodo, restano come sono nel momento in cui vengono definite. Il mare, invece, «si muove anche di notte e non sta fermo mai». E come se non bastasse è popolato da miliardi di organismi, che seguono il suo esempio.
Nemmeno l’idea di “fauna selvatica” così come viene definita dalla giurisprudenza ufficiale, è applicabile, con le norme che la riguardano, agli abitanti del mare. Alla voce “tutela della fauna selvatica” dell’Enciclopedia giuridica si distingue tra specie tutelate, specie cacciabili e specie non cacciabili ma non tutelate, e si chiarisce che la fauna selvatica, nel suo complesso, va considerata «bene patrimoniale indisponibile dello Stato».

Foto lifegate.it
Questa indisponibilità è tuttavia mitigata da una serie di variazioni, che consentono la cacciabilità o la domesticabilità di determinate specie appartenenti alla fauna selvatica, ma a patto di «non arrecare pregiudizio alcuno alla conservazione delle specie che attualmente la connotano». Sempre in questo contesto si specifica una cosa solo apparentemente ovvia e cioè che «il possesso delle cose di cui non si può acquistare la proprietà è senza effetto». Ebbene, se proviamo a declinare questi pochi concetti riferendoli al mare, avremo la certezza che i milioni di pescatori che ogni giorno escono in mare e tornano per vendere il loro pescato, le migliaia di aziende che creano profitti e occupazione sulla base del prelievo in mare siano, senza distinzione ne esitazioni, da incatenare. Invece, e ovviamente, non è così. Il fatto è che la fauna selvatica terrestre è stata normata “a misura di cacciatore”, e infatti le specie venatoriamente non interessanti sono ancora al di fuori della regolamentazione citata. E poi il mare è un regno a parte, anche giuridicamente. Lo ripetiamo: non è di diritto che vogliamo parlare qui. Ma il diritto, come scrive Stefano Rodotà , «è più che una regola. Prima di tutto è un linguaggio». Allora capire qual è il linguaggio in cui ognuno di noi è immerso a proposito dell’idea di mare diventa importante perché ci aiuta a comprendere da quale cultura del mare veniamo, quale tipo di sensibilità abbiamo maturato ed espresso, anche attraverso il diritto, nei confronti di questa risorsa.

Come abbiamo detto, tutto quello che arriva dal mare è considerato dal diritto privato res nullius. Questo vale non solo per gli oggetti che in mare possono essere rinvenuti o che il mare può depositare a riva, e per gli esseri viventi che nel mare abitano, ma naturalmente anche per il mare stesso, il mare in quanto risorsa, in quanto mezzo-ambiente. È una complicazione, rispetto alla terraferma. Sulla terraferma, infatti, possiamo parlare di fauna selvatica senza considerare l’aria, ad esempio, come il mezzo-ambiente in cui la fauna selvatica vive e si muove e si riproduce. Se parliamo di pesci, bisogna considerare il mare. Forse anche per questa minore complicazione il concetto di fauna selvatica terrestre ha avuto nel tempo una sua evoluzione, per cui è passato dall’essere considerato res nullius a res communes omnium, cosa comune a tutti gli uomini: un passaggio fondamentale, perché una res communes omnium è proprio il contrario di una res nullius, è una cosa di tutti, non una cosa di nessuno. Così come è fondamentale ricordare che questa definizione esclude, insieme alla fauna selvatica minore (i topi o i lombrichi per esempio), anche gli organismi che popolano il mare. Cosi, mentre per quello che riguarda la terraferma non si fa fatica, o se ne fa sempre meno, ad accogliere l’idea che quando si parla di foreste, acqua potabile, aria, animali selvatici come i grandi pachidermi o gli orsi polari, si sta parlando di patrimoni condivisi, quando il discorso si volge al mare, le cose cambiano. E non è solo questo: c’è anche una specie di “effetto boomerang” dell’idea di res nullius. Ovvero: se tutto quel che c’è in mare è “cosa di nessuno”, questo vale anche per quel che in mare non c’era, ma che in qualche maniera ci è finito. Agenti inquinanti, spazzatura… una volta in mare, di chi sono? Eppure a terra un proprietario ce l’avevano.

Ugo Grozio - Foto di libreriafilosofica.itSe c’è una cosa su cui tutti i giuristi concordano è il considerare come un principio irrinunciabile quello della libertà d’uso del mare. Lo capirebbe anche un bambino, e infatti è proprio a un bambino che si deve uno dei testi sacri a proposito del diritto del mare. Si chiamava Huig Van Groot, gli italiani lo conoscono come Ugo Grozio (1583-1645), era olandese, ed è considerato il padre del giusnaturalismo moderno, oltre che del diritto internazionale. Era un bambino prodigio e a 15 anni si laureò con una tesi (pubblicata poi nel 1609: Mare liberum) in cui sosteneva che la libertà di navigabilità dei mari fosse un principio indiscutibile. Con una logica ineccepibile, dal punto di vista del diritto naturale, Grozio argomentava così: «Perché questo vasto Oceano è navigabile in tutte le sue parti, e perché i venti soffiano talvolta da un lato, talaltra da un altro, se non perché la natura ha voluto che l’accesso fosse libero a tutte le nazioni?». Il mare, per Grozio e come per lui ancora oggi per tutti noi, è la più efficace materializzazione dell’idea di libertà e da questo binomio nessuno pare volersi allontanare. Certo, la definizione di “libertà” ha subito qualche ammaccatura da allora, e non solo per quello che riguarda il mare. Ma, almeno su quanto rimane dell’idea di mare che aveva Grozio, ovvero la definizione che oggi si da di “alto mare” (una volta superate le fasce di acque territoriali, acque contigue, e zona economica esclusiva, il che può anche significare, come nel caso degli Stati Uniti, che ci si è allontanati di 200 miglia nautiche dalla costa), sono tutti d’accordo: deve essere libero.

Ma se invece torniamo sottocosta, o anche se consideriamo il mare, semplicemente, come il 70% della superficie planetaria, per Copertina mare liberum - foto di bookrepublic.itun totale di 360 milioni di chilometri quadrati, se consideriamo questo immenso corpo d’acqua salata come il vero elemento maggioritario del nostro universo, che cortesemente ospita le zolle di terra sulle quali abbiamo sistemato con maggiore o minor cura i nostri affetti e i nostri possedimenti, la domanda si ripresenta: di chi è il mare? E che cosa significa che non è di nessuno? Alla luce delle riflessioni fatte fino a questo momento, e anche in previsione di quelle che verranno nelle prossime pagine, non può che significare una sola cosa: che è di tutti. Il mare, come tutte le risorse rinnovabili, è un elemento complesso e delicato che dipende dalla cura comune proprio perché non può avere un padrone. E quindi dobbiamo sentirci tutti un po’ padroni di questo mare. Non è una scelta, è un fatto. Non possiamo “decidere” se il mare ci appartiene: è cosi, proprio per la sua natura che non permette di assegnarne la proprietà a un individuo in particolare. Ma questo, capire che una cosa che non è di nessuno diventa per ciò stesso una cosa di tutti, non è che il primo passo. Il secondo è il passo più difficile. Così difficile che abbiamo di nuovo bisogno di un bambino che ci aiuti a capire. Il Piccolo Principe, protagonista del racconto di Antoine de Saint-Exupéry, durante il suo viaggio sulla Terra incontra un uomo d’affari che passa il suo tempo a contare e ricontare le “sue stelle”. Il Piccolo Principe chiede come si possano possedere le stelle e l’uomo ribatte:

«Di chi sono?».
«Non lo so, di nessuno»
«Allora sono mie che vi ho pensato per il primo»
«E questo basta?»
«Certo. Quando trovi un diamante che non è di nessuno, è tuo. Quando trovi un’isola che non è di nessuno è tua. E io possiedo le stelle, perché mai nessuno prima di me si è sognato di possederle.»

Ecco come si supera la res nullius, basta che arrivi qualcuno a dire «è mia». Ma andiamo oltre, non è più questo che ci interessa, ma la prossima domanda del Piccolo Principe:

«Che te ne fai?»
«Le amministro. Le conto e le riconto»
[…] «Io», disse il Piccolo Principe, «possiedo un fiore che annaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. […] È utile ai miei vulcani, ed è utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…».

Foto wikipedia.com
Ecco, questo è il secondo passo da fare. Capire che possesso significa responsabilità. E se l’oggetto di cui stiamo parlando non è un oggetto qualsiasi, ma è l’elemento planetario che ci consente di restare in vita, allora occuparci di lui, «essergli utili», significa occuparci di noi stessi, con cura. Stiamo parlando di una “responsabilità per”, non di una “responsabilità di”. Alla proprietà legata alla “responsabilità di” siamo abituati. Se io possiedo un cane, sono responsabile delle sue azioni, pago per eventuali danni da lui causati a terzi, questa è una cosa che sappiamo tutti e che troviamo giusta. Ma solo recentemente, e solo per gli animali domestici, è entrata nel diritto l’idea che se io ho un cane sono responsabile per il suo benessere. Le leggi che puniscono i padroni di animali per maltrattamenti sono relativamente recenti. Ecco: se io ho un fiore, un cane, un vulcano o un pianeta allora sono responsabile del suo benessere. Questo significa possedere: in ultima analisi… appartenere. Non è un paradosso, è che i rapporti tra viventi sono regolati dall’interdipendenza più assoluta. Non è un caso se una delle più efficaci definizioni del termine “ecologia” è quella data da Charles J. Krebs, zoologo statunitense, che la definisce come lo studio scientifico delle interazioni che determinano la distribuzione e l’abbondanza degli organismi. Che questi organismi siano alghe, balene, uomini, zanzare, cetrioli o coralli non importa: quel che importa è che apparteniamo gli uni agli altri.

2 Comments

  • Cinzia ha detto:

    Grazie per la lunga citazione! Il libro è del 2007, ma – purtroppo – ancora molto attuale.

    • Jacopo Savoia ha detto:

      Ciao Cinzia, grazie a te per aver dedicato tanta cura a scrivere questo saggio davvero molto interessante. In un mondo perfetto avrebbe già dovuto essere superato ma ahimè, come hai giustamente fatto notare, ancora molto, troppo attuale. Mi piacerebbe molto, se sei d’accordo, intervistarti per capire cosa è cambiato in questi nove anni e che piega stanno prendendo le cose.
      A presto e grazie ancora

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