Curve, trote e stivali a idromassaggio nel torrente Aveto

Un gentiluomo sa quando è il momento di fermarsi. Un gentiluomo avrebbe quindi smesso di pescare alle 15.36, dopo una mattinata memorabile e un pranzo degno. Non è andata così. Dopo pranzo ho deciso di fare “ancora quattro lanci” che si sono trasformati in un’esperienza simile alla guerra del Vietnam combattuta da Cristiano Malgioglio. Ma partiamo dall’inizio.

Ore 23, parcheggio dell’ufficio. Mi ero ripromesso di finire presto al lavoro. Finisco invece alle 22.30. Panino, giacca da moto, autostrada di notte verso Bobbio 

Ore 00.45, Bobbio, provincia di Piacenza. Dormo nell’hotel sulla piazza, sveglia comoda alle 7.30 

Ore 9 Ristorante Americano, Rezzoaglio, provincia di Genova. Nota geografica: l’Aveto è affluente del Trebbia. La val d’Aveto collega Marsaglia a Chiavari. Il morale è alto, la strada spettacolare come sempre. Pago 15 euro per il giornaliero No Kill. Mi cambio e scendo al fiume.

Ore 12 torrente Aveto, zona No Kill. Pesco da due ore nel tratto “a tutela” a monte di Rezzoaglio. Amo singolo senza ardiglione. Il torrente è gonfio ma si pesca bene ovunque, batto la testa delle pozze. Sono in paradiso, prendo fario dalla livrea stupenda, “endemiche e identiche da secoli – spiega Giorgio Filippone, presidente dell’associazione pescatori, super competente  e gentilissimo – tutelandole con il No Kill evitiamo di fare immissioni”. L’evidenza gli dà ragione: i disegni di trote “avetane” di un secolo fa sono identici ai pesci che abboccano al mio amo.

Ore 14.30 torrente Aveto, zona libera. Esco dalla zona No Kill, risalgo il torrente in moto verso un punto consigliato da Giorgio. La musica non cambia: bellissime fario. Sarebbe consentito armare i cucchiaini con ancoretta ma non lo faccio. La pesca senza ardiglione, penso, è una buona palestra: ferrare, filo in tensione per non perdere il pesce. In pratica, faccio il figo. E il Dio della pesca me la farà pagare. Pranzo veloce: toast 10 e lode. 

15.36, ORA X, torrente Aveto, zona libera. Torno in pesca e qualcosa non funziona. Primo segnale: si incaglia il cucchiaino. Si libera, lo recupero, ma vedo che non c’è più l’amo (!), forse rimasto incastrato in una pietra. Secondo segnale: sul fiume cessa ogni attività, le trote mi passano fra i piedi. Torno alla moto. Dubbio: spostarmi e pescare ancora o tornare a Milano? Avverto la pulsione di cercare una “pozza più fonda”. Mi metto in moto con i waders. E comincia l’incubo. 

La buca dall’alto mi sembra “ottima e pescabile”, anche se l’accesso è un po’ difficoltoso. Il terreno in discesa frana, prendo una ginocchiata forte contro un sasso. Dico una prima bestemmia, senza sapere che di lì a mezz’ora si confonderà fra molte altre, come un chicco di riso in un risotto. Arrivato all’acqua capisco che quelle che dall’alto sembravano trote sono in realtà cavedani. Al primo lancio perdo un Rapala 7 cm.

Sono abbarbicato su una roccia, mi tengo ai rametti di varie piantine per non cadere in acqua, è evidente che superare così la buca è impossibile. Cerco un punto per guadare, l’altra sponda sembra migliore. Mi sposto strisciando sulla roccia e torno indietro fino a un punto in cui la pozza sembra meno fonda. Per fare cinque metri impiego 10 minuti. Affronto il guado: cammino con l’acqua a 10 centimetri dall’orlo dei waders, la giubba in acqua, le braccia alte. Un passo, un altro, un altro ancora, ancora uno … metto male il piede, gli stivali si riempiono di acqua, dallo sterno alla punta dell’alluce. Faccio presente alla Madonna che non è così che ci si comporta. Subito inciampo, e l’alluvione negli stivali aumenta. L’acqua, inizialmente bella fresca, col passare dei minuti viene riscaldata dal corpo. L’effetto è piacevole, come indossare una tuta fatta di brodo di pollo.

Raggiungo l’altra sponda e capisco che la buca è infinita: tutto il torrente è così per un tratto lunghissimo. Mi inerpico fra la vegetazione. Salgo e salgo, salgo ancora, sicuro che prima o poi incontrerò la strada. Il fiume non lo vedo più, mi graffio nei rovi. Dopo quasi mezz’ora arrivo alla strada dall’alto, passo il ponte, arrivo alla moto. Mi spoglio della roba zuppa d’acqua e indosso i pantaloni da moto. Faccio a ritroso le curve, bellissime fino a dopo Bobbio. In autostrada fra Piacenza e Milano, mentre scorrono i 50 chilometri più dritti e noiosi d’Italia, faccio il conto alla rovescia per l’aperitivo.

Morale della favola: la val d’Aveto è meravigliosa e la tutela funziona. Mentre pesco nel tratto No Kill due persone mi chiedono se io stia pescando con amo singolo. Non sono guardia pesca: hanno semplicemente a cuore il loro fiume

Morale della favola 2: da Marsaglia a Chiavari sono tutti convinti che la frase “ho appena percorso la valle più bella del mondo” fu pronunciata da Ernest Hemingway in riferimento alla val d’Aveto, non alla val Trebbia. Il dibattito è aperto.

Morale della favola 3: se sei di serie B come me è inutile che fai il figo pescando ad amo singolo dove potresti pescare con l’ancoretta, altrimenti poi giustamente Dio ti vede, trasforma le trote in cavedani, ti fa inciampare e ti fa entrare l’acqua negli stivali così te ne devi tornare a piedi alla moto facendo l’idromassaggio alle palle.

Per informazioni sulla pesca in val d’Aveto: www.valdaveto.net

Giorgio, persona colta e grande pescatore, vi saprà aiutare in tutto

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