L’amo e la lenza

Copertina di L'amo e la lenza di Mario AlbertarelliI grandi classici sono quei libri che non smettono mai di parlare, raccontare e affascinare. Quei testi che rimangono attuali a prescindere dall’epoca in cui sono stati scritti. E questo non fa certo eccezione. È una nostra grande pecca non aver parlato di questo caposaldo della letteratura alieutica in tanti anni. E così arriviamo oggi a riparare all’errore. Inutile dire che ogni singola pagina potrebbe tranquillamente essere riportata, ma ho scelto il racconto dell’incontro con il Sesia e la pesca tradizionale nata nelle sue acque. (liberamente tratto da L’amo e la lenza di Mario Albertarelli, ed. Oscar Mondadori 1976)

Mosche alla valsesiana
Mi diedero una decina di giorni di ferie verso settembre. Quell’anno avevo rinunciato alla Valle d’Aosta e avevo sistemato la famiglia in Valsesia, a Scopello. Il Sesia era ancora un buon fiume per trote e temoli. Il tratto migliore era quello della riserva che andava da Quarona, appena sotto Varallo, fino alle sorgenti e comprendeva alcuni affluenti tra cui i più importanti erano il Mastellone e il Sermenza. Si potevano fare permessi giornalieri, settimanali, quindicinali e mensili. Io lo feci settimanale perché tanto sapevo già che non avrei pescato più di una settimana. Ciò che mi interessava di più non era tanto il pescare quanto il vedere praticare dai locali la famosa pesca a mosca con la canna valsesiana. Dovevo constatare se mi piaceva o no e poi avrei deciso se comprare la canna e le mosche e quelle lenze fatte ancora di trecce ricavate con crini di cavallo bianco. Il regolamento della grande riserva era già allora molto restrittivo.

Niente bigattini, ovviamente, ne come pastura ne come esca, e questo era logico trattandosi di un’acqua da trote e temoli. Purtroppo era vietata anche la camolera e non si poteva neppure pescare, con la maschera o usare mosche sommerse. In pratica tutto era fatto per salvare i temoli. Le trote si potevano pescare con tutte le esche naturali, dal verme alla cavalletta, dalla camola del miele alla friganea (quella che in dialetto si chiama portasassi) e poi si poteva pescarle a cucchiaino. Ma volendo pescare con le mosche sia la trota che il temolo, a conti fatti non si poteva fare altro che pescare in due modi: o con la classica e costosa canna da mosca all’inglese, cioè con la coda di topo a lancio, oppure con la frusta valsesiana. Per i locali, abituati da sempre a pescare a mosca in questo modo, non era un problema, ma lo diventava per chiunque fosse abituato solo alla moschera con il galleggiante piombato. Bisognava imparare nuove tecniche. E io ci ero andato proprio per quello.

Non attesi di vedere se mi piaceva oppure no. Andai nel negozio di Marchino, a Varallo Sesia, e mi comprai una canna valsesiana in bambù fatta di un lungo pezzo col calcio di sughero, sul quale si innestava poi un piccolo segmento intermedio che aveva la funzione di portare un sottile e delicato cimino. I cimini venivano venduti a mezze dozzine e si infilavano nel lungo calcio della canna per averne sempre di riserva. La lenza era una treccia di crine fatta di tanti pezzi a sezione decrescente annodati tra loro. Il terminale era in nylon uniforme e portava cinque piccole moschette dai colori non vivaci, fatte di piumaggio d’uccellini della valle. C’erano i terminali con cinque mosche molto piccole e questi erano per il temolo e poi c’erano le mosche più grosse che andavano bene per la trota. Si capiva subito che era una pesca povera e mi piacque questo ritorno alle origini. Comprai anche molti cucchiaini, ami valsesiani per verme e altri aggeggi. Da quando avevo un buon stipendio non passava praticamente giorno senza che comprassi qualcosa da aggiungere al mio bagaglio di pescatore.

Foto di essenzapesca.com

Poi, un giorno, andai sul Sesia, in un tratto molto bello appena a monte di Varallo, un po’ più su della foce del Mastellone. Il fiume formava un’unica lama molto veloce che scorreva tra grandi massi levigati e bianchi che si intravedevano sotto il pelo dell’acqua. Ogni tanto, tra quei massi, si notava l’ombra fugace di un temolo che usciva allo scoperto con un rapido movimento laterale sicuramente per afferrare una larva trascinata dalla corrente. Fu in quel luogo che vidi per la prima volta un ragazzo del posto pescare alla valsesiana. Vivessi mille anni non dimenticherò mai quello spettacolo di grazia e di potenza fisica. Il ragazzo, che non doveva avere più di sedici anni, portava stivali appena sopra il ginocchio, di quelli alla moschettiera. Aveva un cestino di vimini a tracolla, su una camicia a quadrettoni, e impugnava con la destra una lunga canna valsesiana di bambù.

Era in piedi su un masso che sporgeva dall’acqua e faceva volteggiare la sua treccia con le moschette in tutte le direzioni, sondando veloce e sicuro ogni punto dove poteva esservi una trota. Giudicai che stesse pescando la trota dai punti dove posava le sue esche. Ad un tratto ne strappò una dall’acqua ma era sotto misura e la ributtò subito sganciandola con rapidità dopo essersi chinato per bagnare la mano sinistra in acqua. Mi fece piacere constatare che quel valligiano sapeva una cosa tanto importante, cioè che per liberare una trota bisogna toccarla con le mani bagnate altrimenti si rischia di toglierle una parte del muco che la protegge dall’attacco dei batteri. Certamente lo sapeva senò non avrebbe fatto in quel modo. Lo spettacolo cominciò quando il ragazzo s’accorse che ero sulla sponda e mi stavo montando la canna per fare i miei primi tentativi con la valsesiana. Era chiaramente un solitario, come me, perché appena mi vide decise di filarsela e lasciarmi la sponda sinistra del fiume. Fu il modo di andarsene che non potrò mai dimenticare.

Fece un salto in mezzo al Sesia e toccò con la punta di un piede un masso che era sott’acqua di dieci centimetri. Quei massi erano così levigati e viscidi che quando erano bagnati non consentivano in alcun modo di fermarvisi sopra. Ma lui non si fermò. Scattò ancora in avanti, verso la turbinosa vena centrale del fiume e lo vidi schizzare su un altro masso sommerso. E poi ancora, come una creatura senza peso. Di masso in masso quel giovane attraversò in pochi secondi un fiume della portata e della violenza del Sesia. Non avrei osato farlo nemmeno con una barca o un canotto e lui lo fece a piedi, con gli stivali, saltando da una roccia all’altra. Non avrei osato farlo nemmeno se le rocce fossero state tutte fuori e ben asciutte perché perdere l’equilibrio per un solo istante significava morire annegati. Ma lui lo fece e durante i pochi secondi di quella incredibile traversata, con il braccio destro continuò a far volteggiare in aria la sua lunga lenza per non aggrovigliare le mosche. Non appena giunse sull’altra sponda riprese a pescare come stava facendo sulla riva sinistra quando io ero arrivato a turbarlo con la mia presenza.

Se andate a pescare in Valsesia e incontrate un locale potete stare certi di questo. Appena vedono un forestiero se ne vanno. Non che siano scorbutici, tuttaltro. Infatti, se gli passate vicino o se loro devono passare vicino a voi, salutano cordialmente, chiedono come va la pesca, scambiano volentieri due chiacchiere. Ma poi, all’improvviso, fanno un gesto di saluto e con quattro salti se la svignano in cerca di luoghi solitari. Questo e un gran buon segno. È la caratteristica dei pescatori di razza, di quelli che sanno come la trota sia facile da prendere purché non ci si metta in tre a disturbare il posto. Restai sbalordito a guardare quel ragazzo e provai per lui una grande ammirazione. Stetti a guardarlo per una buona mezzora, anche perché manovrava la sua valsesiana in modo perfetto e io cercavo di filmare con la mente ogni suo gesto per imparare. La tecnica non era difficile, a prima vista. La canna veniva tenuta alta, in verticale sulla testa e tutto l’avambraccio, ma in particolare il polso, partecipavano al movimento. Un rapido colpo all’indietro per stendere la lenza alle spalle ma abbastanza verso l’alto e poi un secco colpo in avanti che faceva allungare tutta la lunga treccia. Stando sulla sponda sinistra, mentre lui pescava sulla destra, riuscivo a vedere la treccia ma non il terminale con le moschette. Potevo però immaginare che anche quest’ultimo si distendesse in avanti portato dalla lenza. Le mosche non dovevano restare a lungo in superficie, giusto il tempo di frullare un po’ tra i giri d’acqua e le correnti, perché il ragazzo rialzava subito la canna ripetendo il colpo in diversa direzione. Quando aveva esplorato quel tratto di fiume si spostava sempre con quei movimenti da gatto e riprendeva a frustare. Ma non prendeva mai in mano la lenza durante gli spostamenti, anche se alle spalle aveva dei rami.

Come facesse non lo so ma lui si muoveva continuando a far volteggiare la lenza in modo che le mosche fossero sempre asciutte per il lancio successivo. Mentre pescava tra un grande masso e la riva lo vidi ferrare e vidi la sua lunga canna piegarsi. Entrò in acqua e protese la canna in avanti accompagnando la trota nelle sue puntate al largo e intanto scendeva con la corrente, con movimenti perfetti tra i sassi del fondo. Aveva l’acqua al ginocchio e scendeva accompagnando la trota verso un ghiareto vicino. Fu proprio sul ghiareto, come avevo pensato, che la forzò a riva ormai esausta e si chinò ad afferrarla perché non aveva guadino. Vista da lontano poteva essere una trota sul mezzo chilo. Vidi che la metteva nel cestino e subito riprendeva a pescare. Poi fu troppo lontano per poterlo seguire e venne il momento di provare con la mia canna. Impugnai la valsesiana con la destra e con la sinistra tenni la lenza ben tesa provando la flessibilità del cimino. Era impressionante vedere come si piegava. Mi chiesi cosa sarebbe successo se avessi agganciato una grossa trota. Mi domandai come poteva quella cannetta sbilenca tenere una trota in quelle correnti. Eppure il padrone del negozio di pesca, il signor Marchino, mi aveva detto che aveva visto portare a riva trote di tre o quattro chili con quelle canne.

Tentai il primo lancio. Quello che accadde fu un vero e proprio disastro. Non so in che cosa sbagliai. So soltanto che tutte le moschette si impastarono tra loro e il mio primo quarto d’ora di pesca
alla valsesiana fu dedicato a districare quel groviglio. Nel secondo lancio le mosche non si aggrovigliarono per aria ma in compenso giunsero sull’acqua appallottolate e si aggrovigliarono appena toccata la superficie. E così passò anche il secondo quarto d’ora. […]

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