Un padre pescatore

un-ombrello-per-le-anguille

un-ombrello-per-le-anguille“Un ombrello per le anguille”; Michele Marziani;  Guido Tommasi Editore, 2012.

A Marzo di quest’anno è uscito “Un ombrello per le anguille” di Michele Marziani, per Guido Tommasi Editore. In rete già altri ne hanno parlato ed io, finalmente, l’ho letto. L’ho letto tutto d’un fiato in una notte. Non mi vergogno affatto di dire che ho riso e pianto come non mi accadeva da tempo. Non solo è scritto bene, ma è vero. Vero nel sentimento ed in ogni dettaglio di quei singoli quadri che sono i 19 racconti di cui si compone. Con il permesso del gentilissimo Michele, pubblicheremo, oggi ed in futuro, alcuni piccoli estratti. Un pescatore leggendo non può non rivivere momenti importanti della sua passione, anzi sarà felice che qualcuno abbia trovato parole per comunicare sensazioni difficili a dirsi. Nel mio caso poi l’immedesimazione è stata travolgente, l’autore infatti ha frequentato Sesia, Toce, Lago d’Orta… le “mie” acque. E poi l’Agogna come primo torrente… anche per me lo è stato! Però io, a differenza dell’autore, ho avuto una grande fortuna che questo racconto sottolinea: io le mie prime volte a pesca ci andavo con mio padre, mi insegnava tutto, riti e magie, lanci e nodi, e molto altro… il padre pescatore che ogni pescatore vorrebbe! Dedichiamo questo racconto a tutti i padri pescatori.

(…) la pesca per me è un atto solitario: al centro del mondo ci siamo io, l’acqua e i pesci. Siamo in tre e ci bastiamo. Non so cosa pensi l’acqua e neppure i pesci. Io mi trasformo, divento il supereroe di me stesso, parlo con la mia anima, contratto con Dio. Sì, contratto con Dio la cosa più cara che ho in quel momento: la possibilità di catturare un pesce importante. Agli inizi era un vero e proprio mercato: due ave Maria per una trota di 30 centimetri, tutte le domeniche a messa per un pesce di mezzo chilo, un cero e confessioni settimanali per la trota gigante. Non funzionava, non ha mai funzionato. Eppure per anni, pedalando all’impazzata sulla strada sterrata che conduceva all’Agogna, davanti alla chiesa di San Lorenzo ho contrattato con Dio le mie catture. L’unica volta che son stato esaudito non mi bastava. Volevo un’altra trota e non sono andato a messa, in barba ai patti sottoscritti. Oggi la contrattazione è più raffinata, l’interlocutore è meno chiaro, ma ancora oggi mi scopro spesso immerso in una sorta di preghiera da mercato dove scambio i miei sogni con qualcosa che immagino gradito a qualche divinità. La pesca è stata ed è ancora la mia vita interiore. Non parlo spesso nella vita con Dio né con la mia anima, né con le persone care che ho perso per strada. Lo faccio pescando. Il mistero di quanto si nasconde sott’acqua è in grado di farmi riaffiorare i dubbi su quanto si nasconde nell’eternità. (…) La pesca per me, a volte, è quasi una religione. E’ quello che non sono mai riuscito a far capire a mia madre, a mio padre, agli amici, alle donne che ho amato. Spero di riuscirci con i miei figli. Perché? Beh, perché io ho avuto un ottimo padre, ma oggi so che avrei voluto un padre pescatore. Qualcuno che mi segnasse le vie da percorrere, mi dicesse come fare il nodo per legare l’amo senza farmelo studiare sui libri con i disegni sempre poco chiari, qualcuno che si alzasse con me all’alba sapendo cosa stavo provando.

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