Tu e il fiume.

Ci sono mattine in cui è diverso svegliarsi.

Ci sono mattine in cui non si deve aspettare nessuno.

Ci sono mattine in cui, un po’ per caso un po’ no, decidi di partire da solo verso il fiume.

Il mondo è più bello la mattina presto.

Le luci azzurre del cruscotto staccano nel buio e ricordano alle pupille che la notte sta per finire, la radio è bassa e l’atmosfera solenne.

Oggi non c’è nessuna avventura di pesca da raccontare al compagno di viaggio, le visioni e i progetti che spesso accompagnano la strada restano nella mia testa, vive e vivide come ogni volta ma indecise tra la veglia e il sonno.

L’autostrada lascia il posto alla statale di valle e inconsciamente, come ogni pescatore di questa terra, mi sporgo oltre il finestrino a cercare il riflesso dell’acqua nell’oscurità dell’alba; temendo forse che questa mattina, dopo migliaia di anni, il fiume possa aver deciso di cambiare il suo corso. Invece no, e’ ancora lì…

Le curve della strada mi cullano e Virgin radio sembra passare i pezzi apposta per l’atmosfera di questa mattina.

I bar di paese non hanno bisogno di presentazioni, nessuna insegna, nessun fronzolo, è sufficiente che siano lì, aperti fin dagli orari più incomprensibili all’uomo di pianura ad accogliere gli uomini della valle.

Solo la trota disegnata sul cappellino che indosso racconta, alla già ricca popolazione del locale, il motivo della presenza di un estraneo in quell’ecosistema; perciò, per  non destare ulteriore scalpore, il caffè che ordino è rigorosamente corretto. Sono le 7.

Osservare e non solo guardare, senza nessuno che possa distrarti dal tuo pensiero, in questo trovo il vero fascino dell’andare a pesca da solo.

“se beve un bianchino a quest’ora, quando si sarà svegliato”?

“quegli scarponi avranno almeno vent’anni, che lavoro farà”?

“come farà ad arrotolarsi quella sigaretta senza due dita”?

I pescatori sono gente curiosa.

Potrei stare tutta la mattina ad osservare queste persone, ma il chiaro che filtra attraverso i vetri del bar mi riporta alla realtà; saldo il conto alla Luigia, mi calco il cappuccio della giacca in testa ed esco nella pioggerella di Aprile.

Erano anni che non tornavo su questo fiume, sicuramente è la prima volta da quando ho ripreso passione per l’acqua che corre. Tutto come fosse  nuovo, tutto tremendamente affascinante.

Indossare gli abiti da pesca da un senso di sicurezza che nella vita di ogni giorno non esiste, spesso sono ancora sporchi dall’uscita precedente, quasi sempre rotti in qualche punto e le tasche solitamente hanno in serbo qualche sorpresa.

Sta facendo giorno mentre imbocco il piccolo sentiero che scende verso l’argine e solo il rumore dei miei passi nel sottobosco rompe la quiete; mi fermo un istante e inspiro profondamente quell’aria umida e carica del profumo del fiume.

Non si è mai preparati alla bellezza di un corso d’acqua, veterani o principianti, pescatori e non, ogni volta un particolare della sponda o il semplice colore dell’acqua riesce a stupirci, a ricordarci che volenti o nolenti siamo anche noi parte della natura.

Uno sguardo a sinistra e uno a destra, sono da solo.

Apro la scatola degli artificiali interrogandomi su cosa abbiano intenzione di fare le trote questa mattina: dorato? Verde? Striato di nero? Meglio forse affidarsi alla statistica e lasciare che sia il più vissuto fra tutti a darmi ragione o torto.

Una controllata alla frizione e ci siamo.

Entrare nell’elemento liquido è un rapporto intimo e complesso con la natura, una sorta di violazione temporanea di un equilibrio senza tempo che immancabilmente mette un po’ in soggezione.

Ma la sensazione dell’acqua che avvolge gli stivali è unica, sempre nuova e naturalmente familiare, un pò come tornare dopo tanto tempo nella casa delle vacanze estive di quando si era bambini.

La mano sinistra avvolge il calcio della canna, il palmo della destra carezza l’archetto del mulinello fino ad incontrare il guidafilo e l’indice ferma la treccia una volta aperto l’archetto; si, sono mancino e faccio tutto alla rovescia.

L’artificiale vola verso la sponda opposta, carico di speranza e ottimismo, per atterrare leggermente a monte di un grosso sasso, praticamente pensato e collocato appositamente lì per ospitare una grande trota. E’ un vero peccato che così raramente la nostra fervida immaginazione si trasformi in realtà, sarebbe tutto più semplice, meno affascinante ma più semplice.

La mattina scorre lenta e piacevole e solo due trotelle si degnano di inseguire i miei artificiali, ma già camminare da solo nel fiume è, quasi, appagante quanto una cattura.

Soltanto da solo infatti mi capita di smettere qualche minuto di pescare, osservare uno scorcio di natura e pensare, pensare che qualche centinaia o migliaia di anni fa tutto potesse essere esattamente come lo stiamo osservando adesso. Credo sia questa la sensazione che cerco ogni volta.

Il lungo camminare nel fiume fornisce un ottima scusa per infilarsi nella prima trattoria di valle per riscaldarsi e rifocillarsi a dovere, un’occasione anche per sottoporre il cappotto mattutino a chi di quel fiume ne sa più di me: <Pesca più a valle e pesca più grosso>, mi viene quasi imposto. Eseguo!

Parcheggio la macchina ed esco nella pioggia, è proprio bella la compagnia discreta e costante delle gocce sul cappuccio della giacca, isola ancora di più la mente da tutto il resto; acqua sopra e acqua sotto.

Ci credo, eccome se ci credo, tutto è troppo allineato! Crederci spesso cambia le cose. Qualcuno deve aver percepito tutta questa motivazione e al primo lancio una sagoma nera si materializza dietro all’artificiale, quasi non credo sia vera, al punto che quando si gira per tornare nel suo buco, mi guardo intorno per cercare un testimone: ah già, il fascino della pesca in solitaria…

Visioni, spesso i pescatori ne hanno; sia quando il cappotto incombe a fine giornata, che quando desideriamo a tal punto catturare qualcosa, da chiedere direttamente al nostro cervello di generarlo. Questa però era una trota reale, insisto.

Proseguo la discesa del fiume cercando nell’acqua cristallina, attraverso i cerchi delle gocce sulla superficie, dove piazzare il lancio successivo, la traiettoria giusta per intercettare il primo pesce della giornata.

“Le trote sono come i sassi”. Questo è il dettame dei vecchi saggi che sono nati nella valle prima di molti altri, prima che si pescasse per il puro divertimento dell’uomo, quando sul fiume si andava per necessità.

Ed è così che uno di questi sassi, dal nulla, diventa una trota che arresta decisa il nuoto della mia esca; credo che potranno passare secoli ed ere, ma ad ogni singolo pesce lo stomaco subirà sempre la stessa meravigliosa stretta. Perché per quanto la si possa desiderare non siamo mai preparati, perché per quanti pesci si siano presi, quella sensazione di vivo dall’altra parte della lenza è sempre nuova ed unica.

Appena allamata la vedo rotolare sott’acqua, poi fermarsi ed iniziare a montare la corrente per cercare riparo in una pianta caduta nel fiume; gli ami sono piantati bene e mi godo la sua forza, controllando che non vada a finire nei rami.

Possono essere passati pochi secondi, così come diversi minuti, non ne ho idea; l’interruttore del tempo è spento, il cervello lavora solo per vincere su quel pesce, non esiste altro.

Lentamente si arrende, porge un fianco e scivola nel guadino: è mia.

Istintivamente cerco un volto amico per condividere questo momento, un pizzico di orgoglio e vanto è innato in ciascuno di noi; ma oggi siamo solo io e lei.

Mentre la osservo adagiata nel guadino vorrei conoscere la sua storia, sapere quanti anni ha, a quante piene del fiume è sopravvissuta e la cosa più importante di tutte: qualcuno l’avrà mai pescata prima di me?

Come per l’alpinista esiste il fascino della parete inviolata che scala per la prima volta, per il pescatore esiste l’illusione che quel sogno possa essere suo e suo soltanto. Sicuramente lo è in questo momento.

Con una curiosità quasi morbosa la osservo e la studio, cercando di imprimere quanti più dettagli del suo corpo e della sua livrea nel mio cervello; nessuna fotografia è ancora in grado di trasmettere quella sensazione di vivo, quella luce che è propria solo delle creature che vivono nell’acqua.

Immergo le mani nell’acqua fredda, carezzando quel corpo sfuggente e scivoloso la soppeso, avverto tutta l’energia e la vita che solo un animale selvatico è in grado di trasmettere. Le rendo la sua libertà.

Resto diversi minuti accovacciato sulla sponda ad osservare il punto in cui il pesce si è immerso; poi riprendo contatto col mondo che c’è attorno e godo, godo di quella sensazione che solo catturare un pesce è capace di darmi.

Il film riprende, la storia si ripete, di nuovo la solitudine della valle che scorre al contrario dietro la macchina e la mente che rivive una storia che questa volta è solo tua.

“Tu e il fiume” – Un racconto di Paolo Goldaniga. (N.d.R.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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