Il libro del mare

Anche se il sottotitolo recita: o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare, questo libro non parla propriamente di pesca. Meglio, questo libro parla esattamente di pesca, ma in senso lato: la caccia al grande squalo della Groenlandia di due amici è solo il punto di partenza per profonde riflessioni, aneddoti, storia e letteratura norvegese e molto, molto, molto altro. Passo liberamente tratto da Il libro del mare di Morten A. Strøksnes ed Iperborea.

Finalmente possiamo calare la lenza, cinque miglia nautiche a sud del faro di Skrova. Quando taglio il sacco di rifiuti di macelleria, Hugo si tiene alla massima distanza che la nostra piccola imbarcazione gli permette. Il puzzo di carogna si sprigiona dalla plastica e cala sul Vestfjorden. Siamo fortunati se lo squalo della Groenlandia non ci salta a bordo mentre infilo un’articolazione d’anca piena di carne rossa putrida sul grosso amo lucente.

Non so cosa si aspettasse quel bue scozzese delle Highlands dalla vita o dalla morte, ma sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai immaginato di finire cosi. Dopo aver controllato che il punto sia esattamente quello in cui abbiamo gettato l’esca il giorno prima, calo l’amo fuori bordo. «E orrende secche al fondo di golfi bruni dove serpi giganti divorati da cimici cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi», diceva Rimbaud. Lascio catena e corda scorrere verso il fondo e non si fermano finche la coffa non è quasi vuota, il che significa che abbiamo fuori circa trecentocinquanta metri di lenza.

I sei metri di catena all’estremità sono necessari perché, se lo squalo abbocca, si arrotola dentro. La pelle è cosi ruvida che una catena è l’unica cosa che regge. Se si accarezza uno squalo della Groenlandia nel senso che va dalla testa alla coda, la sua superficie sembra liscia e senza attrito. Accarezzandolo contropelo, invece, è facile tagliarsi, in quanto la pelle è in realtà coperta di piccoli «denti epidermici», affilati come lame di rasoio. Prima della Seconda guerra mondiale era esportata in Germania, dove la usavano come carta vetrata. Il fegato invece veniva bollito, e il grasso usato per produrre glicerina e nitroglicerina, l’esplosivo altamente instabile che spesso scoppiava accidentalmente al minimo urto o sfioramento, uccidendo chi lo manipolava o trasportava. Alla fine Hugo fissa la lenza alla nostra boa più grande e la lancia in mare.

La boa è ora trasformata in un galleggiante, strumento che usavo spesso da ragazzo: allora, però, per pescare persici reali, trote o salmerini alpini, tutti pesci che arrivavano, nel migliore dei casi, al mezzo chilo. E il galleggiante aveva le dimensioni di una scatola di fiammiferi. Si può anche dire che continuiamo a fare la stessa cosa, ma siamo diventati adulti e peschiamo lo squalo della Groenlandia con un galleggiante di un metro di circonferenza. E invece di un amo da un centimetro, abbiamo un uncino che sembra più adatto a una macelleria, con infilati pezzi di un enorme animale morto. E ci vuole tutto, neanche uno squalo della Groenlandia riuscirà a trascinare sottacqua la boa, in ogni caso non per più di un secondo.

Wanted: squalo della Groenlandia di medie dimensioni, lunghezza dai tre ai cinque metri, peso circa seicento chili. Nome latino Somniosus microcephalus. Muso corto e tondeggiante, corpo a forma di sigaro, pinne relativamente piccole. Partorisce progenie viva. Dimora nell’Atlantico settentrionale e arriva perfino a spingersi sotto la calotta galleggiante intorno al Polo Nord. Preferisce temperature vicine allo zero, ma può anche tollerare acque più calde. Arriva a immergersi fino a milleduecento metri e oltre. I denti nell’arcata inferiore sono piccoli come quelli di una sega, nell’arcata superiore sono altrettanto affilati, ma notevolmente più lunghi in modo da piantarsi nella preda, mentre quelli sotto la segano. Oltre ai denti a sega ha, in comune con pochi altri squali, labbra a risucchio che tengono incollate le prede più grandi alla bocca mentre le mastica. Ogni accoppiamento è una violenza brutale. C’è di buono che non fa sesso fino a dopo i cent’anni.

[…] Ma cosa starà succedendo in fondo al mare, a più di trecento metri là sotto? Avrà cominciato a fiutare, il pescecane, la nostra esca puzzolente e a salire verso di noi? Le sostanze oleose della decomposizione devono essersi diffuse come il fumo di un incendio nelle acque degli abissi. E cosa faremo poi, realmente, se riusciamo a portarlo in superficie? Il solo pensiero mi dà un’innegabile gioia mista a terrore. Un mio conoscente, con un passato da marinaio su un peschereccio a strascico, mi ha raccontato com’erano soliti procedere quando uno squalo della Groenlandia finiva nella loro rete e veniva issato a bordo. Gli legavano una cima intorno alla coda e lo sollevavano con l’albero di carico fino ad addossarlo contro la fiancata della nave. Lì gli mozzavano la coda, operazione che richiede poco tempo, perché, come tutti gli squali, anche quello non ha ossa, solo cartilagini. L’animale ricade quindi in acqua con un grande splash e al momento pare in ottima forma, ma ci mette un attimo a rendersi conto che c’è qualcosa che non va. Del resto neanche noi ce la caveremmo un granché bene se qualcuno ci amputasse le gambe e un braccio e ci gettasse fuori bordo in alto mare.

Senza pinna caudale, uno squalo della Groenlandia non ha speranze. Non può procedere in avanti né mantenere l’equilibrio in acqua. Presto finisce sul fondo E laggiù, nel buio gelido, viene probabilmente divorato vivo dai suoi simili. Un trattamento non molto diverso veniva riservato allo squalo elefante, mi spiega Hugo. Era prassi comune rigirarlo e aprirgli il ventre in modo da fargli venir fuori il fegato. Per un po’ l’animale riprendeva a nuotare senza. Non sempre, comunque, mozzavano la coda allo squalo della Groenlandia. Qualche volta, a detta del mio amico marinaio, gli dipingevano il nome del peschereccio su un fianco, come saluto a chi l’avrebbe pescato dopo. E chi se lo ritrovava nella rete dipingeva a sua volta il nome della sua imbarcazione sull’altro fianco e lo ributtava in acqua. Certo, magari sarebbe stato più semplice mandarsi cartoline, ma sui pescherecci a strascico vigeva una singolare forma di umorismo.

«Fermo un attimo! Non si sta muovendo, la boa?» esclama Hugo.

Sembra vada su e giù, con il ritmo innaturale di un gigantesco galleggiante. Sta sicuramente succedendo qualcosa, a qualche centinaio di metri da dove ci troviamo, in mezzo a un banco di sgombri. Accendiamo il motore e in un minuto siamo sul posto. Hugo comincia a tirare su la lenza, o meglio, a sforzarsi di farlo: non c’è dubbio che qualcosa di molto grosso abbia abboccato. Dopo un po’ prendo il suo posto e sale ancora più lenta. Hai mai provato a tirare su dal fondo del mare uno squalo della Groenlandia lungo forse sette metri, pesante settecento chili, e attaccato a una lenza di trecentocinquanta metri di cui gli ultimi sei di catena? La lenza ti martoria le dita ogni decimetro è un’agonia, per di più le si sono attaccate delle meduse a criniera di leone e non abbiamo guanti. Le mie braccia sono ormai senza forze. Restano appena cinquanta metri quando, di colpo, tutto si fa molto più leggero.

Chiunque sia mai stato a pesca conosce questa sensazione di profonda delusione. In un centesimo di secondo ogni bella speranza va in frantumi. Dall’essere eccitati, determinati e concentrati si finisce col morale a terra. Anche se la lenza tagliava le dita, quell’assenza di peso fa ancora più male. Per quanto ormai sia leggera, tirarla su è una pesante fatica. Poco dopo l’amo attaccato alla catena è sotto la barca. Lo sollevo finché non penzola nell’aria davanti a noi. Quando l’abbiamo calata, quell’anca era coperta di carne rossa. Ora è completamente ripulita. Sull’osso si ve dono raspare decine di vermiciattoli arancioni. Sembrano pidocchi o piccoli insetti, forse quelli che vivono tra le pieghe ventrali dello squalo. Nell’osso e nel grasso si vedono chiaramente i segni a sega del morso. L’amo si è infilato nell’attaccatura di un tendine, rimanendo così adiacente all’osso. Mi ero immaginato che l’animale avrebbe comunque frantumato tutto quello che mordeva.

Invece no. Ecco perché non è rimasto agganciato meglio. Ecco perché si è liberato. Ecco perché siamo senza parole. Confesso a Hugo il mio errore, lui risponde con un cenno pensieroso, senza la benché minima traccia di biasimo. Passata la prima delusione, decidiamo di non prendere l’episodio come una sconfitta, ma se mai il segno che stiamo facendo le cose giuste. Non è da tutti trovarsi al punto di prendere uno squalo della Groenlandia al primo tentativo. Non ci resta che rinfilare l’esca e rigettare l’amo. Laggiù, sotto i nostri tubolari, si aggira il nostro mostro, aspettando di essere nutrito.

A qualche centinaio di metri verso terra è ancorata una barca piena di giovani spensierati che si godono questo tempo fantastico. Le ragazze si tuffano nell’acqua, fredda, ma non sarà mai più calda di così. Sapessero cosa li sta guardando dagli abissi mentre sono lì a sguazzare, risalirebbero in barca all’istante. Una delle ragazze ha un costume da bagno arancione. Per qualche ragione, il giallo e l’arancio sembrano attirare lo squalo all’attacco. I subacquei e i surfisti australiani non usano mai quei colori.

Non ci sono altri abbocchi oggi.

 

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