La stanza dell’autocostruzione – 35 – Miuras Lures

Se parli di quel tipo di esche, non ci sono santi, parli delle sue. Dopo averle studiate a lungo, testate, prodotte, migliorate, ricostruite e ritestate, si è specializzato così tanto da realizzare quasi esclusivamente quelle esche. Certo, ne fa di shallow e di affondanti, di piccole, di grosse e di monstre, ma sono sempre, indiscutibilmente riconoscibili a colpo d’occhio. Quali sono? Naturalmente i mammiferi più famosi della pesca: i topi.

Ciao a tutti, mi chiamo Maurizio Carini, abito in un paesino pedecollinare dell’Appennino Bolognese, terra questa alla quale sono indissolubilmente legato nonostante adori viaggiare e scoprire nuovi luoghi. Oltre alla pesca ho tante altre passioni come lo snowboard, andare a funghi e tartufi e fare trekking. Il comune denominatore è vivere la natura in tutte le sue forme e stagioni. La pesca in tutto ciò è stata sempre di fondamentale importanza fin da bambino, e durante il trascorrere degli anni ho potuto mettere a frutto le conoscenze apprese sul campo riuscendo a farene una professione, con una mole di sacrifici e fatica non indifferenti, considerando la realtà del nostro Paese, poco incline a incentivare professioni diverse dal solito. Ormai sono 2 anni che sono ufficialmente aperto come azienda (Deftackle) regolarmente iscritta alla camera di commercio con partita IVA. I prodotti distribuiti (Miuras Lures), non sono l’arrivo, ma il continuo riassunto aggiornato di migliaia di ore di osservazioni e test nelle più disparate acque e condizioni, con l’inserimento della componente artigianale per la loro costruzione e orgogliosamente esportati all’estero come made in Italy. E proprio dall’estero stanno arrivando innumerevoli apprezzamenti, per il lavoro svolto con tenacia e umiltà, illuminando questo cammino mai in discesa, sempre irto di ostacoli, a volte anche appositamente seminati da gelosie ingiustificate in un mondo paragonabile a un grande condominio dove non sempre si convive con un vicino educato e corretto.

Da quanto peschi?
Mio padre, uomo di navigata esperienza, colui che il fine settimana smetteva i panni dell’imprenditore e mi portava ovunque in compagnia spesso dei nostri cani, colui che mi ha insegnato a rispettare la natura in tutti i suoi aspetti, casualmente mi portò in un laghetto a pagamento per fare un giretto domenicale quando avevo 5 anni e si rese subito conto di quello che aveva combinato… Perché dopo ero un tormento, gli chiedevo se c’erano pesci anche nelle pozzanghere create dalla pioggia. Da lì in poi presi ad andare a pesca in acqua dolce e in mare con lui e il suo allegro gruppo di amici, per poi iniziare a esplorare dapprima in bicicletta, poi in motorino, più o meno vicini a casa, piccoli ambienti dove pescando col vivo e con artificiali si potevano catturare bass e lucci. Avere 5 o 6 Rapala era roba da nababbi, se uno rimaneva su un ramo si studiavano i marchingegni più strani per recuperarlo. E che dire del fiume Reno dove si potevano catturare cavedani, carpe e barbi, o le tinche dei laghetti appenninici usando le penne d’istrice come galleggiante e le trote dei torrenti dell’Appennino Tosco-Emiliano insidiate al tocco. Per me la pesca è sempre stata a 360 gradi, voltandomi indietro però nel corso del tempo la tecnica dello spinning ha sempre avuto il primo posto assoluto nella sua interezza di sensazioni ed emozioni.

Quando hai iniziato a costruire? Ti ricordi la tua prima creazione?
A 8 anni il titolare di un “caccia e pesca” locale mi regalò un kit base per la costruzione di mosche; c’era proprio l’essenziale all’interno. Integrando con piumaggi di fortuna trovati in giro e molta approssimazione, con fili di montaggio e ami per nulla adatti, iniziai a sperimentare documentandomi sulle immagini delle riviste specializzate dei tempi, perché internet non esisteva, e questo aguzzava non poco la mente. Vedendo la curiosità dei cavedani ad affiorare su un pezzo di legno lanciato sulla superficie e la loro predisposizione nel ghermire tutto ciò che cadeva dagli alberi, iniziai a costruire imitazioni di insetti da utilizzare con la tecnica della moschera, tecnica che un pescatore del luogo mi insegnò a praticare in acque basse e corrente allegra, con ricordi gloriosi di doppiette di cavedani da paura. Prima nata fu un’imitazione di vespa, con le ali ritagliate dal nylon delle serre dell’orto. Nel corso degli anni iniziai anche a creare imitazioni da bass lanciabili con canna da spinning, come libellule, rane, piccoli animali terrestri costruiti con foam e fibre sintetiche o ricavati da legni teneri verniciati e con appendici di gomma, per presentazioni molto naturali su boccaloni già sospettosi per la pressione di pesca in aumento. Di anno in anno mi ritrovai sempre più motivato e non potevo assolutamente stare lontano dall’acqua per più di 24 ore, scappavo dagli impegni crescenti, lasciai perdere diversi sport perché la domenica era giorno di pescate fuori porta e non volevo avere come vincolo partite o tornei. Ma è a fine 2007, anno in cui per la prima volta girai le spalle alla sicurezza di un ben retribuito lavoro per andare in Irlanda e lavorare come guida di pesca, che lo stadio di costruttore e modificatore di esche assunse un ruolo chiave. Di sicuro essere stati supportati da una grande quantità di pesce aiutava certo, ma parliamo di pesci furbi e pretenziosi in quanto a presentazioni. Nel bene e nel male ti accorgevi in fretta se le tue osservazioni e costruzioni erano fondate.. Neanche un anno dopo creai il primo prototipo di Miuras Mouse, ci vollero due lanci nel fiume sotto casa per capire che piaceva parecchio. Un artificiale nato in questo contesto e per questo contesto, con all’attivo centinaia e centinaia di pesci overmetro solo in terra Irlandese, modificato nel corso degli anni sul volere dei pesci più che dei pescatori.

Perché hai iniziato a costruire?

All’inizio, a parte la praticità di utilizzo rispetto alle esche naturali (usavo cavallette, grilli e rane per fare selezione), ci fu l’abbagliante possibilità di poter creare, arricchire, stilizzare un’imitazione su di un amo piuttosto che un pezzo di legno da intagliare e questo fu come guardare la Terra dallo Spazio: un mondo vastissimo, infinito dove la creatività incontra, e si scontra a volte, con alcune salde basi di principio legate all’elemento liquido in cui dovranno nuotare i nostri artificiali.

Quando peschi che tecniche pratichi, dove e rivolte a che pesce?
Avendo praticato tra le più disparate tecniche di pesca in generale, negli ultimi 10 anni mi sono focalizzato molto sullo spinning a diverse specie di predatori, luccio in primis, ma anche bass, siluri, trote, e cavedani occupano buon spazio d’interesse, insidiati negli ambienti tra i più vari, partendo dal torrente di montagna fino al grande lago. Oltre all’utilizzo di esche artificiali mi dedico quando posso alla pesca del siluro, con sessioni di pesca statica utilizzando esche naturali in fiumi e canali di piccole/medie dimensioni, oppure faccio volentieri uscite di pesca a feeder alla ricerca di ciprinidi vari in laghi d’irrigazione e fiumi di fondovalle.

Qual è il tuo più grande vizio?
A parte essere perfezionista su certi aspetti, ho il laboratorio dove lavoro che è da inchiesta. Considerato che lo uso anche come deposito di attrezzatura, in alcuni periodi appoggiare le mani alla cieca senza prima guardare vuol dire uscirne con un bel piercing.

Qual è il materiale che ami di più? E quale tecnica di costruzione?
Il pelo di cervo è il materiale al quale al momento sono più affezionato, e ne consumo quantità industriali. Materiale questo che considero croce e delizia perché facile da fissare se è della lunghezza giusta, ma difficile da utilizzare in misure più corte. Il principio della tecnica è lo stesso del montaggio in un bucktail da musky, ma cambia la superficie sul quale si dressa. Ovviamente è sempre molto facile a dirsi piuttosto che a farsi BENE, sembra semplice e immediato ma ci vuole molta tecnica e pratica, con qualche trucchetto imparato dopo aver vestito in 9 anni migliaia di esche (Miuras Mouse).

Nel corso degli anni, produttori e tecnologie hanno migliorato molto le nostre attrezzature da pesca, per te qual è stata la novità più utile e rilevante?
Per quanto alcune non si possono definire proprio innovazioni (come la fibra di vetro e il carbonio), sono state scoperte o affinate notevolmente, specie negli ultimi anni, attrezzature destinate al nostro settore, aiutati dall’introduzione di nuovi materiali hi-tech derivanti da ambito aeronautico, aerospaziale e militare. Oggi possiamo contare su mulinelli-argani che pesano pochissimo, canne che tirano a secco 15 kg e hanno diametri irrisori, trecciati con cui poter estirpare pesci grossi senza sforzi, ma la cosa che mi ha lasciato più meravigliato, in bene, è stato l’utilizzo di motore elettrico ed ecoscandaglio collegati tra loro per poter operare sulle indicazioni del pescatore. Che può comandare e dettare “itinerari” di utilizzo, magari aiutato dalla cartografia del fondale. È molto importante specificare che questi sono delle comodità incredibili, in posti grandi soprattutto e servono a individuare non tanto il pesce in sé (a parte le “riunioni di minutaglia” stagionali), ma le aree più idonee dove poter lanciare i nostri artificiali con migliore rendimento.

Quale è l’elemento che conta di più nel successo di un artificiale? Colore e realismo, equilibrio dei pesi e vibrazioni, forma e sua idrodinamicità?
Un buon artificiale è quello che consapevolmente o meno da parte del costruttore viene assemblato nella maniera migliore, mischiando correttamente tutte queste variabili nella maniera ritenuta giusta sulla base dell’utilizzo cui sarà destinato. Concludo dicendo che questi elementi sono più o meno variabili a seconda del tipo di esca, calibrata per un dato predatore.

Ci descrivi i principali processi e fasi della costruzione di un tuo artificiale?
Molto brevemente si parte con la costruzione di un corpo, un supporto con diametri e dimensioni uguali per ogni modello (5 prodotti al momento), sul quale si applica una data quantità di pelo per essere considerato ben utilizzabile e longevo nel tempo anche dopo molte morsicate. Una volta che il pelo è applicato e la resina di finitura asciutta, si completa la parte di montaggio con una coda di gomma (grub), split ring, braccetti e ancorette sono l’ultimo passaggio prima del confezionamento finale.

Quanto tempo dedichi all’autocostruzione e quanto alla pesca?
Per ragioni organizzative legate al lavoro, specialmente negli ultimi anni, il tempo dedicato alla costruzione è molto più elevato rispetto a quello che vorrei dedicare alla pesca ma qualche bella soddisfazione riesco ancora a togliermela.

Cosa significa per te la pesca e cosa significa costruire esche?
La pesca è sempre stata per me necessaria quanto l’aria che respiro. L’elemento liquido può scorrere impetuoso o rimanere placido e tranquillo, cela al suo interno innumerevoli creature che sono visibili dall’esterno solo se si osserva con pazienza e con i giusti occhi, e la canna da pesca è il mezzo fisico messoci a disposizione per la loro cattura. Se tutto ciò lo inseriamo in un contesto paesaggistico degno di essere chiamato tale, allora si crea la miscela giusta, che a 34 anni mi fa stare ancora sveglio la notte prima di una battuta, magari dedicata a qualche pesce speciale, o che mi fa guardare sempre di sotto quando passo sopra un ponte. Anche se ognuno di noi ha un personale approccio di avvicinamento e pratica al mondo dell’autocostruzione, di sicuro trasferire su di uno o più materiali la PROPRIA idea, suffragata da concretezza o meno, apporta una soddisfazione non paragonabile. Provarla, rimaneggiarla e modificarla con risultati apprezzabili fa salire di livello il nostro grado di conoscenza e ci fa maturare come pescatori pensanti e non come robot che lanciano e recuperano qualcosa senza mai chiedersi il perché di qualcosa.

Qual è la tua marca di esche artificiali presente sul mercato preferita?
Direi a parte bellissimi jerk fatti a mano provenienti dalla Svezia e su cui ce ne sarebbe da raccontare in quanto a preferenze, scartare un Suick Thriller della Suick Lure Company, ha una valenza diversa da mille altre marche e ora a ripensarci sento una certa affinità. Un’invenzione geniale creata da un uomo (il nome dell’artificiale deriva in parte dal costruttore) circa 90 anni fa, e in auge tutt’oggi, con la cattura di pesci poderosi in tutto il mondo. Detto tra noi se poi avete quello che nuota “giusto” tenetelo ben stretto, anzi tenete ben stretta la canna…

Qual è il tuo sogno di costruttore di esche?
Da una parte non posso che reputarmi già fortunato, per quanto la fortuna è sempre buona cosa costruirsela e alla sua cecità ho sempre creduto poco. In un mondo dove tanto è stato scoperto, pensare di avere avuto un’intuizione con pochi e semplici strumenti a disposizione fa sorridere. Espandere la mia azienda, mantenendo saldi gli stessi principi, rendendo possibile l’acquisto a qualunque appassionato nel raggio di 2000 km spero diventi la realizzazione di un sogno volume 2. Di sicuro sto lavorando affinché ciò possa avvenire.

Se potessi scegliere un altro costruttore a cui affiancarti, presente o passato, il più bravo, chi sarebbe?
Domanda super specifica, soprattutto quando parliamo di affiancamento mettere d’accordo più di un cervello, su queste cose è complicato anche se tutti abbiamo qualcosa da imparare ma anche da insegnare. Il rispetto massimo va a tutti coloro che hanno imparato e continuano a “domare” materiali come legno, resina e silicone, trovando soluzioni sempre nuove e creative.

Quali sono nell’ordine i primi materiali e attrezzi che consigli a chi vuole iniziare ad autocostruire? E con quale imitazione partire?
Scegliere un materiale che incuriosisce, con cui ci si sente affini. Definito il primo step si mentalizza cosa si vuol fare e si procede alla bozza su carta. Parallelamente si procede all’acquisto di tutti quegli strumenti che servono per i passaggi fondamentali alla sua costruzione come una morsa da lavoro, fili d’acciaio, pinze e pinzette, trancini, seghetti, cutter, carta vetro, resine e solventi, silicone liquido e piumaggi vari. Molto utile è avere una buona illuminazione per essere facilitati in tutte le fasi di lavoro. Stare all’esterno e usare strumenti protettivi come mascherina, occhiali e guanti quando si presentano alcune fasi pericolose come la colatura del piombo.

Che consigli daresti a chi si avvicina all’autocostruzione?
Pensate con la vostra testa, ma abbiate l’umiltà di ascoltare sempre chi ha più esperienza di voi: anche le cose che sembrano più banali si possono trasformare in utili insegnamenti. Il rispetto verso le altre persone spesso si traduce anche in sincerità di progetti. Chi vede in breve la possibilità di fare soldi è meglio che ne stia alla larga perché vuol dire che si è creato un’idea sbagliata, anzi semplificata di questo micro mondo. Trovatevi la vostra “nicchia ecologica” al riparo da sensazionalismi e guerre sui social che a volte mettono più in risalto atteggiamenti arrivisti e invidiosi più che buone idee. In ultimo usate la fantasia, non costa nulla e vi porterà ovunque vorrete con risultati anche inaspettati.

Per vedere le esche Miuras Lures o parlare direttamente con Maurizio, potete andare sulla sua pagina Facebook oppure dare un occhio al suo sito.

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