A pesca nelle pozze più profonde

Vorresti subito lanciare la tua esca, nelle pozze più profonde. Vorresti tuffarti di testa per scappare all’afa estiva, nelle pozze più profonde, aprire gli occhi sott’acqua e dare due bracciate a rana, verso quell’indefinito scuro e fresco che cela misteri alla vista.

Pescatore, lo apri in fretta, hai abboccato al titolo, pieghi all’indietro la copertina e sfogli la prima pagina. Avido inizi a leggere le parole di questo libro: “A pesca nelle pozze più profonde” di Paolo Cognetti (Ed. Minimum Fax 2014). 

Il primo capitolo non può deluderti, è un’immersione nell’analogia tra l’arte di scrivere e quella di pescare. Questo primo capitolo è quello che di seguito abbiamo riportato, stralciandolo liberamente.

Tu leggi, e le pagine si inseguono veloci tra loro e, anche se di pesca più non si parla, il libro si fa leggere con grande piacere. Non un noioso manuale di scrittura, ma meditazioni sullo scrivere racconti, con citazioni lucenti da racconti celebri, interpretate e vissute dall’autore pescatore. Questo blog raccoglie moltissime storie di pesca. Paolo Cognetti conosce ogni tipo di racconti e nella pesca a mosca ha trovato la sua chiave di scrittura, noi non potevamo non accoglierlo tra i libri consigliati, voi non potete non leggerlo.

 

SCRITTORI PESCATORI – di  Paolo Cognetti

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare. Non solo perché tutti i miei scrittori preferiti erano pescatori, né per la misteriosa attrazione della letteratura americana verso balene, pescispada, trote e salmoni, ma perché in quel periodo immaginavo la scrittura come una specie di monachesimo, e ogni monaco che si rispetti ha una pratica di meditazione, dunque la pesca sarebbe stata il mio yoga, la mia danza vorticosa, il mio tiro con l’arco, la mia preghiera.

Il valore metaforico era fuori discussione. Che cosa si fa, mi dicevo, quando si va a pescare= Si sta da soli in riva all’acqua, che è la vita, cercando di catturare i pesci che ci nuotano dentre, che sono le storie. Da fuori l’acqua nasconde i suoi segreti, ma un bravo pescatore è in grado di capire la profondità dal poco che vede in superficie, di pazientare mentre tutto sembra immobile e di tenersi pronto. E di combattere, quanto è il momento. Chi è Achab se non lo stesso Melville a caccia del suo impossibile romanzo-mondo? E di che parla, l’inizio del Vecchio e il mare, se non di un Hemingway inaridito davanti alla pagina bianca?  (…)

 

Se la narrativa fosse davvero una religione, noi lettori di racconti saremmo i seguaci di una setta: pochi, perseguitati, costretti alla segretezza.  (…) Storie in cui venivo catapultato nel giro di una riga o due. Mi affascinava il loro rigore, l’economia assoluta di parole e immagini, la complessità che potevano nascondere, il grande dentro al piccolo. No no, niente correnti del Golfo per me, io sarei stato un pescatore d’acqua dolce. Non la scia della Pilar ma le orme di Nick Adams nel bosco mi avrebbero indicato la strada: alla mole dei cetacei preferivo di gran lunga il guizzo delle trote, all’orizzonte piatto dell’oceano la spuma dei torrenti. (…) tra tutti i modi in cui si può tirar fuori un pesce dall’acqua io mi ero scelto il più letterario e difficile da imparare, quella nobile disciplina chiamata pesca a mosca. (…) <E’ un’arte da eseguire in quattro tempi tra le dieci e le due>, avevo trascritto sul mio taccuino, dove il braccio è la lancetta delle ore e la posizione verticale indica il mezzogiorno. Indietro sono le dieci, avanti sono le due; e i quattro tempi dettano il ritmo del pendolo: avanti, aspetta, indietro, aspetta, e poi daccapo, cercando di riconquistare <la potenza e la bellezza perdute>.

Quelle frasi venivano da un manuale di altro tipo. Che fosse il libro giusto si capiva fin dalla prima riga: <Nella mia famiglia non esisteva una chiara linea di demarcazione tra religione e pesca a mosca>. Norman Maclean era indubbiamente uno scrittore monastico. (…) In mezzo scorre il fiume non era solo un libro sulla pesca. Ai miei occhi era un testo iniziatico che richiedeva di essere decodificato, e fingendo di parlare di trote elargiva alcuni insegnamenti chiave sulla scrittura di racconti. A un certo punto lo dichiarava apertamente: <Il pescatore ha una frase per descrivere quello che fa quando quando studia la forma di un fiume. Dice di legger el’acqua, e forse per raccontare una storia bisogna fare più o meno la stessa cosa>. E poi spiegava come si fa, quando si hanno buoni occhi e l’acqua è disponibile ad essere letta: <Basta vedere una cosa evidente che ti spinge a notare una cosa che non avevi notato, che a sua volta ti permette di vedere una cosa che non è nemmeno visibile>. Vedere l’invisibile attraverso il poco che si vede: non è la stessa ambizione di ogni scrittore onesto? Ma in ogni caso: <Non esiste pesca se non si cercano risposte alle domande>. (…)

 

I poeti parlano di istanti di eternità, ma in realtà è il pescatore a sperimentare l’eternità compressa in un attimo. Nessuno può dire cosa sia un istante di eternità fino a quando il mondo intero non diventa un pesce, e quel pesce scompare. Lo ricorderò per sempre, quel figlio di buona donna.

 

Anche una storia poteva fare scherzi del genere? Lasciarti intuire la sua bellezza solo per sgusciarti via dalle mani quando provavi a scriverla? (…)

Era come quando mi alzavo dalla sedia, lasciavo lì il quaderno sul tavolo e mi perdevo a guardar fuori dalla finestra. Meditare sulla scrittura può assorbire la mente tanto quanto scrivere, e di certo è più piacevole, se è vero che <una delle cose meravigliose della pesca a mosca è che dopo un po’ non esiste più niente al mondo tranne i pensieri sulla pesca a mosca>.

Sempre che lo scopo non sia quello di portare a casa la cena: ma allora tanto vale pescare con il verme, e trovarsi un lavoro vero.

 

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