La stanza dell’autocostruzione – 28 – Medusa Lures

Il mare non ce l’ha solo vicino. Ce l’ha proprio dentro. Per lui non rappresenta un semplice svago o una passione, ma una necessità quasi fisica. Il mare prima, la pesca poi e alla fine l’autocostruzione, mirata, naturalmente, ai predatori che bazzicano le coste sicule. I suoi artificiali sono belli, ben rifiniti e si muovono da dio. Serve altro?

Mi chiamo Vito Viviano, Medusa lures in ambito autocostruzione, ho 37 anni e vivo a Partanna, un piccolo paesino della provincia di Trapani sito in collina. Fondamentalmente mi reputo un tipo solitario, lontano dalle mode e dall’iper-tecnologia odierna. Diversi sono stati gli ambiti in cui ho gravitato, cucina, turismo, musica, archeologia, sociale ecc., ma la passione, o come preferisco dire, la “necessità” più grande rimane il mare in tutte le sue sfaccettature.

Da quanto peschi?
Se non ricordo male i primi approcci da protagonista li ho avuti all’età di sei anni circa con il bolentino, tecnica alla portata di tutti, se fatta in modo semplice, ovviamente seguendo mio padre. Successivamente conobbi la traina e il drifting e solo dopo molti anni lo spinning, disciplina che all’inizio praticavo di rado e che ho intensificato in modo sistematico circa cinque anni fa.

Quando hai iniziato a costruire? Ti ricordi la tua prima creazione?
Le prime creazioni artigianali, risalgono a più di venti anni fa ma l’ambito non era lo spinning, bensì la piccola traina costiera, che praticavo (e continuo a praticare) per procurami il vivo. Piccole piume, octopus creati da guanti in lattice e ancora anguillette realizzate con la guaina dei cavi elettrici, erano all’ordine del giorno. La progettazione di artificiali per lo spinning è arrivata molti anni dopo e per la precisione cinque anni fa, in concomitanza con la mia maggiore dedizione a questa tecnica. Ricordo ancora la mia prima realizzazione, un’anguilletta in tre sezioni ricoperta da brillantini rosa, una cosa che faceva veramente ribrezzo. Peccato non averla più con me, perché solo adesso ne comprendo il senso e il valore.

Perché hai iniziato ad autocostruire?
Il motivo per il quale iniziai a costruire, credo che vada ricercato all’interno di me stesso, nella caparbietà che ho di dover raggiungere l’obiettivo che mi sono “prefissato”. Non capita spesso, anzi non capita quasi mai, ma quelle poche volte che è successo sono arrivato al traguardo. E così è successo che durante una delle mie prime sessioni di spinning, mi ritrovai per le mani un pinocchio del maestro Nunzio Di Stefano. A un certo punto smisi di pescare e mi concentrai solo sull’artificiale, sul suo movimento e sul fatto che fosse un’esca artigianale. Da lì la scintilla, che mi ha portato, dopo innumerevoli sperimentazioni e anni di documentazione sul web (black bass & co. autocostruzione artificiali docet…), alla creazione di una linea di artificiali per lo spinning.

Quando peschi che tecniche pratichi, dove e rivolte a che pesce?
Le tecniche che pratico maggiormente sono la traina, il drifting e lo spinning.


Qual è il tuo più grande vizio?

Probabilmente quello di criticare la musica che a me non piace.

Qual è il materiale che ami di più? E quale tecnica di costruzione?
A dire il vero fino ad oggi ho lavorato solo il legno, quindi non posso parlare degli altri materiali. Di certo ha un fascino particolare, atavico e non solo per la nobiltà stessa del materiale. L’osservare un pezzo di legno, vedere all’interno di esso la forma di ciò che ho intenzione di creare è solo l’inizio di un flusso naturale che porta alla realizzazione dell’oggetto stesso. Anche se devo ammettere che il mondo degli stampi e delle resine da colata mi incuriosisce molto… staremo a vedere cosa succederà.

Nel corso degli anni, produttori e tecnologie hanno migliorato molto le nostre attrezzature da pesca, per te qual è stata la novità più utile e rilevante?
Beh di novità importanti ce ne sono state, soprattutto nell’ultimo ventennio. Materiali come il dyneema e la fibra di carbonio applicata ai fusti delle canne, credo siano stati due tra gli step più importanti nell’evoluzione della pesca sportiva.

Qual è l’elemento che conta di più nel successo di un artificiale? Colore e realismo, equilibrio dei pesi e vibrazioni, forma e sua idrodinamica?
Per quanto mi riguarda, l’equilibrio dei pesi e le vibrazioni, sono due elementi basilari per la realizzazione di un artificiale, senza quelli avremmo solo dei meravigliosi soprammobili. Al secondo posto metterei forma e idrodinamica, che seppur importanti, non credo siano fondamentali per la creazione di un’esca catturante. Il colore non è un fattore da sottovalutare ma solo se interpretato nella giusta maniera. Voglio dire, non credo che al pesce interessi più di tanto se abbiamo utilizzato un giallo zolfo piuttosto che un giallo banana, quello che gli può interessare è quel colore, legato a una miriade di altri fattori quali, torbidità dell’acqua, maggiore o minore ossigenazione, natura del fondo, presenza o meno di luce ecc. Per quanto riguarda il realismo, credo che questo abbia importanza solo fuori dall’acqua.

Ci descrivi i principali processi e fasi della costruzione di un tuo artificiale?
Innanzitutto parto dallo scopo di quell’artificiale, o per meglio dire dal pesce target al quale l’artificiale è destinato. Successivamente cerco di immaginare (e qui un minimo di esperienza mi ha aiutato molto) dove questo pesce possa trovarsi, quali territori di caccia e quali condizioni attivano l’istinto predatorio, quale dieta e in che periodo, insomma cerco di rendere tutto il più naturale possibile. Solo dopo inizio il lavoro vero e proprio. Per le anguillette parto da un tondino sul quale creo una fresatura per tutta la lunghezza, che servirà successivamente ad alloggiare l’armatura (che in tutte le esche che realizzo è passante). Fatto ciò, taglio il pezzo fresato in tanti pezzi quanti saranno quelli che costituiranno l’artificiale. Dopo aver inserito l’armatura all’interno della fresatura, piombo l’esca q.b., stucco, carteggio, passo il protettivo per il legno (turapori nitro o fondo poliuretanico bi componente) e alla fine il fondo bianco sul quale andrò a dipingere le livree.

Quanto tempo dedichi all’autocostruzione e quanto alla pesca?
Questo dipende dalla precarietà della mia situazione professionale. Ci sono periodi in cui non ho nemmeno due minuti a disposizione e periodi in cui riesco a dedicare anche dieci ore di fila. All’interno di questa situazione giostro le mie pescate.

Cos’è per te la pesca e cosa significa per te costruire esche?
Questa è una bella domanda… Come ho detto all’inizio, per me il mare e di conseguenza la pesca sportiva, è più una necessità che una passione. Un modo (forse l’unico) per staccare da tutto e tutti, una dimensione in cui cercare me stesso e in cui trovare quella serenità che dovrebbe essere la base per affrontare la vita di ogni giorno. Col tempo ho scoperto che anche l’autocostruzione mi dava le stesse sensazioni, probabilmente perché ambedue le cose, non necessariamente devono essere condivise con qualcuno.

Qual è la tua marca di esche artificiali presente sul mercato preferita?
Se dovessi fare un nome tra la miriade di marchi presenti sul mercato (e ovviamente conosciuti dal sottoscritto), direi Rapala. Non solo per la qualità dei prodotti, ma per quello che questo marchio ha rappresentato e continua a rappresentare nel mondo delle esche artificiali. Poi non si possono non tenere in considerazione altri marchi importanti e qualitativamente eccelsi.

Qual è il tuo sogno di costruttore di esche?
Di certo non sarebbe cosa sgradita, vedere i miei artificiali in bocca a predatori di tutto il mondo. Ma il massimo sarebbe trasformare questa passione nel mio lavoro e viverci dignitosamente.

Se potessi scegliere un altro costruttore a cui affiancarti, presente o passato, il più bravo, chi sarebbe?
Di bravi ce ne sono davvero tanti e se poi calcoliamo che molti sono ancora a me sconosciuti, il numero aumenta esponenzialmente. Più che altro vorrei ringraziare alcune persone che stimo molto e che mi hanno aiutato non poco. Ad esempio Mariano Randazzo, alias Dosanthos, che ringrazio per non avermi fatto dormire per mesi… Le sue FABEEL credo che abbiano lasciato il segno. Simone Boesso e Lorenzo Rocchigiani, che di certo non si sono sottratti dal dispensare utilissimi consigli, così come Enriko Piola (Project bait) e Giovanni De Francesco (Macchias’ lead).

Quali sono, nell’ordine, i primi materiali e attrezzi che consigli a chi vuole iniziare ad autocostruire? E con quale imitazione partire?

Beh innanzitutto un pezzettino di legno da modellare, poi materiali come acciaio inox, policarbonato, stucco, piombo, credo siano indispensabili per la creazione di un’esca artificiale. Così come lo sono le vernici in tutte le loro tipologie, per i processi successivi. Per quanto riguarda gli attrezzi direi che senza una morsa, della carta abrasiva, pinze di diversa tipologia e un seghetto, non si va da nessuna parte… a meno che non sia Lauri Rapala!!! Sull’imitazione da realizzare di certo qualcosa di molto semplice (cosa che non ho fatto io…), più che altro per iniziare a capire le dinamiche che regolano il movimento di un artificiale. Direi che un semplicissimo e pericolosissimo 7 cm possa andar bene.

Che consigli daresti a chi si avvicina all’autocostruzione?
Umiltà, costanza, tenacia, credo siano la base per poter progredire seriamente non solo nell’ambito dell’autocostruzione, e di non sottovalutare gi errori che all’inizio saranno tanti, ma che di certo, se bene interpretati, offriranno un ottimo spunto. Non è forse vero che le più importanti invenzioni sono nate proprio da un errore?

Per vedere tutte le sue esche andate sulla sua pagina Medusa Lures.

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