Elettrostorditori, reti e arpioni. La razzia del clan dei bracconieri di Tulcea nei fiumi italiani

Ecco di seguito l’articolo che ho scritto per il quotidiano “La Repubblica” – per cui lavoro come cronista giudiziario – in edicola oggi. Lo spunto per  il servizio me lo ha fornito un’inchiesta del Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale (Nipaaf) dei carabinieri di Milano. Un’indagine articolata – coordinata dalle procure di Milano, Pavia e Lodi – che ha portato a sequestri e denunce nei confronti della più strutturata banda di bracconieri ittici attiva nel nord Italia. Un vero e proprio clan, originario di Tulcea al delta del Danubio, dedito alla razzia in Ticino e in Adda con elettrostorditori, reti e arpioni. Il pesce (carpa e siluro soprattutto) viene poi esportato illegalmente e venduto in Romania. All’inchiesta, spiegano i carabinieri, hanno collaborato in modo decisivo i pescatori regolari del Pavese, che hanno denunciato la banda al 112. Buona lettura.

Batterie di camion usate come elettrostorditori. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

FRANCO VANNI (La Repubblica, 2 giugno 2017)

Un’industria strutturata, dalla cattura sul fiume alla vendita in pescheria. Un’organizzazione in grado di coprire, grazie alla struttura di clan, l’intera filiera di produzione e distribuzione. Nel disprezzo delle leggi. Sono decine, divisi in famiglie collegate fra loro, i pescatori di frodo romeni attivi fra la provincia di Milano, il Pavese e la Bassa lodigiana. Sono di etnia lipovena, minoranza slava che dal diciannovesimo secolo vive nel distretto di Tulcea, alla foce del Danubio.
In Romania i lipoveni sono storicamente attivi nella pesca. Quando vent’anni fa hanno scoperto che nel bacino del Po la carpa e (soprattutto) il siluro raggiungono misure enormi per via del clima, hanno cominciato a trasferirsi a centinaia fra Lombardia ed Emilia Romagna. Anche perchè dal 1998 il delta del Danubio è riserva naturale, con livelli di tutela ambientale altissimi.

Barca e furgone. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

I pescatori di frodo battono con tecniche illegali l’Adda, il Lambro, il Ticino. Si muovo di notte. Raggiungono le sponde in furgone. Arrivati sul fiume, stordiscono i pesci con la corrente elettrica generata da batterie di camion, collegate fra loro in serie. Una tecnica illegale e devastante per l’ambiente. Poi entrano in acqua, su piccole barche, con reti e arpioni. A quel punto, riempiti in fretta i cassoni dei camion con quintali di pesce moribondo, raggiungono i centri di lavorazione. Baracche abusive attrezzate con brande per i manovali (pagati due euro l’ora), celle frigorifere e teli di plastica su cui squartare il pesce.

Attrezzatura da pesca di frodo. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

Sulle tracce del clan dei bracconieri di Tulcea, si sono messi da mesi i carabinieri del Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale (Nipaaf) di Milano, nato il 1 gennaio 2017 con il passaggio del corpo forestale sotto l’Arma. «Cogliere i bracconieri sul fatto, mentre pescano di notte, è difficile – dice il capitano Giovanni Gianvincenzo – allora abbiamo cominciato a pedinarli, individuando le basi logistiche. E scoprendo che il bracconaggio ittico è organizzato e produce profitti ingentissimi». In una notte, sei uomini possono portare a riva pesce per duemila euro all’ingrosso. Valore che quadruplica sui banchi di vendita.

Casse di polistirolo e banchi di lavorazione. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

A dare il via alle indagini sono state le denunce di alcuni pescatori sportivi, a cui i bracconieri avevano danneggiato auto e barche. Erano arrivati a minacciare di morte chi cercava di impedire loro i raid notturni. Le’inchiesta ha portato i carabinieri a scoprire due “covi”, a Pieve Porto Morone e Pietra De Giorgi, nel Pavese, utilizzati dai bracconieri di ritorno dalla razzia nel Ticino. A Sant’Angelo Lodigiano hanno chiuso una pescheria, gestita abusivamente da un romeno, facendo verbali per 36mila euro. Ma il grosso del pescato non è venduto in loco, prende la strada dell’estero. «In Italia il siluro vale  al massimo due euro al chilo, in Romania arriva a otto », spiega il capitano Gianvincenzo. «Essendo pescato in modo illegale, non può essere commerciato. Quindi, la banda si è specializzata nei falsi documentali, producendo bolle di accompagnamento fasulle, da esibire in frontiera».

Banchi di pescheria senza permessi. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

Nella regione della Dogrugia, di cui Tulcea è capoluogo, del pesce siluro non si butta niente. Oltre ai filetti, considerati pregiati, vengono venduti pelle e lische, utilizzati per produrre farine  da impiegare come alimento negli allevamenti di pesci. Un’industria efficiente, il cui prezzo viene pagato dall’ecosistema dei fiumi lombardi, che a 2.000 chilometri di distanza forniscono loro malgrado la materia prima. Elettrostorditori, arpioni e reti massacrano la fauna ittica. Ad essere catturati non sono solo  carpa e siluro (specie quest’ultima considerata infestante in Italia), ma anche luccio, persico, cavedano e altre specie autoctone fragili, la cui presenza nei fiumi è sempre più minacciata.

Celle frigorifere. Parte del sequestro eseguito dai carabinieri in un covo della banda nel Pavese

Dall’inizio della campagna di contrasto al bracconaggio, i carabinieri di Milano hanno sequestrato quintali di attrezzatura da pesca e a denunciato otto persone per violazione dell’articolo 40 della legge 154 dello scorso 28 luglio, che punisce con l’arresto fino a due anni o con multe  fino a 12mila euro chi è sorpreso a «stordire, uccidere e catturare» pesci  «con la corrente elettrica». O ancora, «utilizza attrezzi per la pesca professionale dove questa non sia consentita».
Un ruolo fondamentale nell’indagine – coordinata dalle procure di Milano, Pavia e Lodi – lo hanno  i pescatori sportivi, impegnati nel segnalare al 112 la presenza dei bracconieri. «L’obiettivo è colpire le centrali di acquisto del pesce fra Italia e Romania, bloccando alla fonte il commercio illegale», dice Gianvincenzo.

Di seguito, una galleria di immagini relative ai sequestri eseguiti dai carabinieri nei covi del clan di Tulcea

3 Comments

  • Walter Scandaluzzi ha detto:

    Oramai la storia la sanno quasi tutti. Aspetta alle forze dell’ ordine ed anche ai politici intervenire.

  • Walter Scandaluzzi ha detto:

    Oramai la storia la sanno il 90% dei pescatori. Aspetta ai politici emanare leggi severe per loro ma anche per chi inquina, chi violenta le acque con svamenti delle dighe in maniera selvaggia ecc ecc

  • Serban Cristian ha detto:

    Il suo articolo riflette la realta’, brutta e pesante ma non e’ vero che sulla Delta del Danubio non possono piu’ pescare; non pescano piu’ la’ perche’ hanno devastato le popolazioni e non ci sono piu’ pesci. La Delta del Danubio era fino a 10-15 anni fa Il Paradiso dei Pescatori, con carpe da record e siluri enormi che oggi non si vedono piu’. Il Danubio, come tutti i laghi e fiumi popolati di peste in Romania sono stati devastati da questi personaggi, brutte bestie che dovrebbero finire in galera per quello che hanno fatto nel mio paese. Ora hanno preso in mira i fiumi italiani, spagnoli e francesi. Se non reagite con un pugno di ferro…avrete la stessa sorte perche’ oggi questi miei paesani ricevono una sanzione amministrativa se beccati mentre fanno la pesca illegale quindi.. salvatevi il paese e reagite a livello di legi e procedure prima che sia troppo tardi.

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