Intervista a Maria Elena Torrero, maestra di pesca a mosca: “Pescare mi ha cambiato la vita”

LE SIGNORE DELLA PESCA – Maria Elena Torrero lavora in studio con il marito medico ad Alba, fra la Langhe e il Roero. Prende gli appuntamenti, fa di conto. “Aiutare le persone in difficoltà mi piace moltissimo. Sono anche infermiera della Croce Rossa e nel 1982, dopo aver partecipato ad un corso organizzato dalla Caritas, ho fondato un’associazione di Ambulanze. Si chiamava Volontari Ambulanza Roero, ne sono stata presidente per 10 anni”.

Hai studiato medicina?

“No,  avevo fatto il corso biennale di infermiera volontaria della Croce Rossa. Sono anche diplomata maestra elementare, ma in realtà ho fatto un po’ di tutto. Per anni ho lavorato in un’azienda di legname, come responsabile ufficio personale paghe e contributi. Per hobby  ho fatto l’istruttrice di nuoto ed assistente bagnanti. In pratica, la bagnina. Amo anche immergermi nelle profondità marine, ed ho seguito i corsi  FIPSAS ottenendo il brevetto di  secondo livello internazionale”.

Non ti fai mancare niente.

“Diciamo che sono molto vivace ed ho parecchi hobby. Sono volontaria nell’associazione Mai Più Sole, un centro di ascolto che aiuta le donne vittime di violenza, un compito molto delicato e molto importante”.

Tutto qui?

“Mi piace tantissimo sciare, discesa o fondo. Mi piace fare lunghissime passeggiate con le ciaspole”.

In pratica, ti mancano solo i cani da slitta … 

“Ho avuto per vent’anni tre husky. L’ultimo ci ha lasciato nel 2010.  Eravamo un branco perfetto. Sono cani meravigliosi e come tutti gli animali sono a volte più sensibili delle persone”

Tutte attività molto fisiche.

“Non per forza. Ho giocato per molti anni a scacchi, presso un’associazione di  scacchisti di Asti. Mi piaceva molto anche osservare la bravura di chi riusciva a giocare più partite contemporaneamente, un po’ invidiavo la loro bravura. Amo la misura, la mia passione è la musica classica e la lirica. Spesso sono accompagnata nei miei viaggi dalla voce dell’indimenticabile Luciano Pavarotti. Quando il tempo me lo permette, mi diletto con la mia piccola tastiera”.

Ok, tutto molto bello, ma quando cominciamo a parlare di pesca?

“Hai ragione, direi che è arrivato il momento. Adesso, mentre parliamo, mi trovo ad Ancona all’ottavo  Workshop -costruzione artificiali – organizzato dal Mosca Club Vallesina e dalla Scuola italiana di pesca a Mosca (www.simfly.it). In questo momento al morsetto c’è Angelo Rosorani, garade Amino, grande maestro di costruzione e di pesca. Un’esperienza bellissima come sempre”.

Quando hai cominciato ad andare a pesca?

“Da bambina accompagnavo papà sul fiume. Papà aveva la passione della pesca.  Lo facevo per senso di protezione, mi spaventava l’idea che fosse tutto solo sul fiume. Mi sedevo su un  masso lungo il greto del fiume e lo stavo a guardare per ore ed ore, senza stancarmi, ed è il  profumo del fiume che molte volte mi va rivivere quei meravigliosi momenti”.

E quando hai cominciato a lanciare?

“Ho cominciato intorno ai trent’anni, prima con mio fratello Bruno, poi soprattutto con mio marito Danilo Tagliati. Prima a spinning, poi a fondo. Infine, abbiamo cominciato con la mosca. Ho ancora il manuale di pesca di Roberto Pragliola “Trote e Mosche in acque veloci” con tanto di dedica di Roberto. Danilo ed io lo  conserviamo  come una reliquia. Come gli altri Suoi libri, di alcuni ho fatto anche il sunto, la Sua tecnica di lancio, la famosa TLT, mi ha affascinato per la sua eleganza e per la sua efficacia in pesca. Roberto è stato nel 1987 il primo direttore della Scuola italiana di Pesca a Mosca , che quest’anno compie 30 anni, dove si sono alternati altri direttori tecnici, prima Claudio Tosti ed adesso Marino Di Luca”.

Oggi tu alla Scuola sei istruttrice, giusto?

“Sì. La sede centrale è in Abruzzo, a Castel di Sangro, gestita sino dalla sua nascita dal nostro instancabile Presidente: Osvaldo Galizia e dal nostro Segretario Aldo Bardeggia. Ma insegno soprattutto qui in Piemonte. Ho cominciato nel 2010. I miei primi allievi sono stati Carlo Protto, Davide Crosetti e Alex Vassallo. Due di loro sono diventati bravi  istruttori”.

Accettavano di buon grado di farsi insegnare da una donna?

“Assolutamente sì, sono sempre stati educati, gentili e disponibili, un ringraziamento è doveroso per la fiducia che avevano riposto nel mio insegnamento. Noi donne siamo davvero poche. Come istruttori  siamo solo io e Romina Pirani, su oltre 200 insegnanti certificati. Il fiore all’occhiello della nostra Scuola sono le due sezioni estere, una in Svizzera gestita dal Jean Pierre Panizzi ed una in Australia e nemmeno lì ci sono donne, tranne la moglie di Ian Mitchell, il responsabile della sezione australiana. Nella Sezione Svizzera ci sono Istruttori che fanno parte del Consigli direttivo SIM, Piero Zanetti e della Direzione tecnica, Malik Mazbouri. A volte gioco nel sostituire  la “I” di Italia sostituendola con la “I” di  “Internazionale” perché questo è la SIM: Una Scuola di pesca internazionale. Amo un mondo senza frontiere, faccio anche parte di due Associazioni di pesca italiane: uno della mia zona: “Club di pesca a mosca Langhe e Roero”, uno delle Marche” Club Mosca Vallesina” ed uno in Svizzera: “Club prestatori a mosca Ticino”.

Secondo te, come mai così poche donne apprezzano la pesca?

“E’ nata come attività solo maschile”.

Molti sport sono nati come attività maschili, ma poi le donne sono arrivate … nella pesca meno.

“Allora forse per capire bisogna tornare agli albori della civiltà. Gli uomini procacciavano il cibo, le donne lo cucinavano. Un modello ormai superato nella società e che è ora di abbattere anche nella pesca”.

Hai amiche con cui vai a pesca?

“Pochissime. Romina, di cui ho parlato, Marica Cicoria e qualche ragazza, Tiziana Giovanelli, che frequenta i nostri corsi. Qualcuna c’è sempre”.

Avete cominciato tutte seguendo i vostri mariti?

“Nella maggioranza dei casi sì. Poi ognuna si specializza. A me piace molto pescare in mare o nel Corrib, un meraviglioso lago irlandese ad esempio. Sto già preparando le giuste moschine insieme ai nostri amici  Edoardo Ferrero  – campione mondiale di pesca a mosca – la moglie Maresa  ed il figlio Nicolò, bravissimo pescatore, e questo ha cambiato la nostra vita”.

In che senso?

“Ormai in tutti i viaggi comprendiamo esperienze di pesca. Negli ultimi anni siamo stati in Svezia, Irlanda, Austria, Slovenia, Los Roques. Abbiamo una barchetta in Liguria. Facciamo le spigole a mosca da riva, oppure lanciamo sulle mangianze. Mi è capitato di prendere anche un pesce balestra a galla nel mar ligure, penso di essere stata la prima e sino ad oggi  l’unica a poter vantare questa cattura”.

Una cattura non comune.

“Non ho mai sentito di nessun altro che il Liguria abbia preso un pesce balestra a mosca. Hanno un becco tagliente, rompono gli ami”.

Sono pesci tonici?

“Molto. E preziosi. In Sardegna vengono chiamati pesce porcu, perché non si butta via nulla. Con la pelle si fanno cinture”.

Tu lo hai mangiato?

“Sì, era stremato. È arrivato in barca moribondo, rilasciarlo non avrebbe avuto senso. Rilascio il 99 percento dei pesci che pesco, ma capita di trattenere qualcosa”.

Era buono?

“Squisito, uno dei pesci più buoni che abbia mai mangiato. Sembra il luccio, come consistenza, ma molto più buono e saporito. L’unico  pesce che non ho mai trattenuto è il temolo, troppo raro e prezioso per i nostri fiumi”.

Qual è la tua pesca preferita?

“Amo pescare le brown trouts, la faccio tutti gli anni in Irlanda.  Una momento magico: il profumo di torba, l’acqua dorata frullata dall’elica. Emozioni uniche. Le note e le parole della canzone “I cieli d’Irlanda” sanno spiegare molto bene quelle emozioni e quella allegria. Ma è difficile fare una classifica, la pesca mi piace tutta , anche se  al primo posto rimane sempre  la pesca in mare”.

In tanti si portano la moglie in viaggio?

“Sì, quasi tutti i pescatori portano le mogli ed i figli a volte i bimbi sono accompagnati dai nonni La differenza è che io poi vado a pesca, loro fanno escursioni. La sera si sta tutti insieme. Qualcuno contento per i posti che hanno visto, io con gli altri pescatori per i pesci che abbiamo pescato o che non siamo riusciti a catturare ma che  ci  hanno regalato comunque grandi emozioni, anche fra il gelo e il vento. Perché la pesca è anche quello”.

Le poche donne che pescano, spesso si lamentano della grettezza dei pescatori uomini. Sei d’accordo?

“La Scuola italiana di pesca a mosca da questo punto di vista è un’oasi felice. Spesso sono  stata l’unica donna nei corsi e sono stata coccolata e rispettata. Non ho mai sentito volgarità e non mi sono mai sentita a disagio”.

Cosa si deve fare per avvicinare più donne alla pesca?

“Bisogna avvicinare i ragazzini alla pesca ed al rispetto per la natura da molto giovani, anche un modo per coinvolgere le donne: madri e  sorelle. Bisogna fare della pesca un’attività di famiglia. Con la SIM  ci stiamo provando, con i nuovi progetti a cui stiamo lavorando in collaborazione con pescatori di altre tecniche:”Pescatori insieme”

Qual è il tuo sogno come pescatrice?

“Tornare a Los Roques, in Venezuela. Ci sono stata diverse volte, è un posto magico. Vorrei prendere un permit a mosca, con l’artificiale costruito da me, è un pesce diffidente ed anche strano, non facile, assolutamente non facile.  Ho preso tarpon, tonni, bonitos, bonefish e molti altri, anche senza l’aiuto della guida e della barca, percorrendo le isole in largo ed in lungo dall’alba sino al tramonto, come dico sempre “faccio l’orario dei pellicani”,  il permit è il mio sogno nel cassetto”.

E come donna?

“La serenità. La pace. Mi piacerebbe un mondo senza frontiere. E poi mi piacerebbe che tutti nella vita gustassero l’approccio della pesca.  Posso spiegarmi meglio?”.

Certo.

“Mentre nella vita normale incroci persone, le eviti, le schivi, molte volte non fai caso a chi ti passa vicino, sui sentieri di montagna o in pesca riconosci chi ha la tua stessa passione, ci si saluta sorridendo e si respira la serenità. È capitato più di una volta di scambiarsi mosche e di condividere il cibo oltre alle emozioni con sconosciuti, anche stranieri. In queste occasioni non è importante parlare la stessa lingua o capire le parole, con i gesti e con le emozioni a volte ci si capisce anche meglio.  Sarebbe bello che tutta la vita fosse così”.

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