Pablo Zavata – Homo piscans, ma poco sapiens

Copertina Pablo Zavata - Homo Piscans, ma poco sapiensIl libro nel complesso, a essere sincero, non mi ha fatto impazzire: è una raccolta di aneddoti, per lo più legati alla pesca, che ripercorrono la vita di Pablo. Si salta dal nonno pigro e tirchio a racconti di battute a mosca passando per la vita in una sperduta isola del mediterraneo. Ma se lo stile di scrittura e la struttura non mi sono piaciute, il testo ha comunque dei passaggi di vita alieutica antica e aneddoti interessanti e divertenti, come quello che vi riportiamo qui sotto. A quale pescatore di lunga data non è mai capitato? (liberamente tratto da “Pablo Zavata – Homo piscans, ma poco sapiens” di Agostino Hreglia edito da ETS)

Piemonte

«Di nuovo qua?!… Ma scusi non è lei il pescatore… quello del dito!»
Così viene ricevuto il Pablo al pronto soccorso di Cuneo. Era successo che una ventina di giorni prima, sul torrente aveva adocchiato una grossa trota. Era il tempo nel quale andava ancora a pescare con le due canne, da cucchiaino e da mosca. Le portava contemporaneamente. Molto scomodo, ma serviva secondo lui per certe verifiche. Gli amici pescatori quando lui ne parlava, annuivano, come si fa coi matti per non contrariarli. Quando vedeva una buona posizione, posava la canna con il cucchiaino e utilizzava quella da mosca. Quel giorno la trota non ne voleva sapere delle appetibili mosche secche né delle più belle ninfe disponibili. Non sarebbero valse neanche quelle della mitologia greca. Si spostava di poco e poi tornava quasi nella stessa posizione.
Controprova!
Il Zavata cambia canna, monta un cucchiaino appetitoso, ma da perdono (ami senza ardiglione) e avanza cautamente nell’acqua lungo delle rocce che delimitano il torrente. Esegue qualche lancio passandole davanti al muso, sopra, ripetutamente. Quella fa un cenno con la pinna (non quello dell’ombrello perché sott’acqua sembra che non lo usino): «Ho visto te ed ho visto anche il tuo cucchiaino, non mi sconfìnfera!»

L’esperto Pablo disturbato dallo spettacolo indegno: «Per tutta la bottarga dell’isola Lunga (quella ottima si mangia a Porto Scuso). Mo me fai arrabbià!»

Monta il killer, un Rapala, l’imitazione perfetta di una fariotta con ami integrali, terribilmente appuntiti. Quando si muove nella corrente sembra un pesciolino in difficoltà. Un’arma micidiale, considerata assolutamente “infame” dagli amici accademici moschisti. Il Zavata invece la tiene sempre in tasca anche quando va a teatro. È una importante risorsa necessaria per le grandi occasioni… infatti questa lo diventerà, eccome no! Purtroppo! Anzi, grandissima! Il destino ha sempre più fantasia di noi.

Risale ancora qualche metro, sassi scivolosi. Spalle alle rocce. Primo lancio, la rotta del Rapala in risalita nella corrente è stata ben calcolata in maniera da farlo scorrere quasi parallelo al corpo dell’iridea. Questa comincia a manifestare interesse e segue per un paio di metri incuriosita ed infastidita il pesciolino. Secondo lancio, appositamente più lontano e con ricupero velocissimo; l’iridea manifesta maggiore interesse, ma troppo tardi. Questo serve per farla diventare nervosa e per aumentarne la curiosità (Pablo è convinto di aver seguito in gioventù il corso di psicologia ittica valida sia per le
acque dolci che per il mare, presso la famosa università di Ulbo, in Dalmazia e di aver ottenuto il dottorato a pieni voti. Ma poi si era svegliato, aveva mangiato troppo quella sera).

Un po’ di attesa, per creare suspense. Terzo lancio, quello cattivo. È fatta. La recupera sino molto vicino e per paura i perderla mantiene in tensione la lenza, cerca di muoversi, il fondo è scivolosissimo, non ha il guadino, decide di agguantarla con la mano e poi di andare sulla spiaggetta sicura 6 o 7 metri più in là. Durante il breve percorso scivola e perde l’equilibrio senza cadere ma involontariamente allenta la presa sulla grossa trota maledettamente scivolosa che gli scorre nella mano sino ad arrivare alla testa. Qui c’è però anche l’efficientissimo Ràpala che non ci pensa due volte; ha l’ancoretta ventrale libera e decide di conficcargli non uno, che sarebbe già stato sufficiente per la prima lezione pratica di ciò che non si deve assolutamente fare, ma due dei tre ami disponibili nello snodo della seconda falange dell’indice destro. L’ideatore del Ràpala ha commesso evidentemente uno sbaglio, lo ha programmato per conficcarsi ed agganciare qualsiasi cosa gli capiti a tiro, non solamente le trote di una adeguata dimensione. Si vede che l’ideatore non aveva frequentato l’Università di Ulbo.

Praticamente, l’iridea agitatissima, il dito indice, la mano ed il braccio destro sono un tutt’uno. Il dolore è fortissimo principalmente per il movimento continuo del pesante pesce che in quelle condizioni sembra pesare il doppio.

Il Pablo ha anche il tempo per un pensiero filosofico amaramente umoristico: Quando va tutto bene le trote catturate da trattenere ti sembrano sempre troppo piccole, ora che sarebbe necessario che fosse piccola invece è grandissima.

Si sente un po’ come un Confucio malriuscito.
Zapata cerca di ragionare e capire le priorità e la possibilità di realizzarle.

Primo. Ucciderla, anzi no, sedersi per non sbattere tra i sassi in caso di prossimo molto possibile svenimento. Bagnarsi con acqua fredda la faccia.

Primo riprogrammato, dopo il preambolo. Immobilizzarla per ucciderla con più tranquillità. Solamente che la trota già incazzata per conto suo non era troppo d’accordo e cercava non tanto pazientemente di spiegarsi. Finalmente, dopo un paio di tentativi andati a vuoto, bloccando il pesce col ginocchio contro il petrisco, riesce ad infilare il pollice e la prima falange dell’indice della mano destra, con dolori atroci, nelle branchie.
Adrenalina sfusa, a spina!

Naturalmente il coltello che deve essere sempre a portata di mano perciò nella tasca di destra, in questa importante occasione è, sì, nella tasca giusta, che però data la contingenza si trova dalla parte sbagliata. Poi aprirlo con una mano sola, per di più la sinistra, pare quasi impossibile. Con una stretta e pericolosa collaborazione tra mano e denti dopo qualche tentativo infruttuoso l’impresa riesce. Al momento dell’uccisione Pablo si rende conto quasi di odiare quel pesce e di finirlo persino con malvagità. Realizza come il dolore e la preoccupazione possano far cambiare molto rapidamente i punti di vista
e far dimenticare certi nobili principi che credeva saldamente inculcati.
L’Entità Suprema vede e percepisce tutto dal suo privilegiato posto d’osservazione e commenta col miglior amico, Pietro: «Come mi sono riusciti male questi uomini, del resto lo avevo già visto coi prototipi, Adamo e compagna».
«E lui no che per realizzare il suo io, per passare il tempo e farsi vedere capace è andato a rompere le scatole alla trota?»
«E l’oggettino che gli ha fatta la “bua” non l’ha portato lui? Quella poveraccia prima non ne voleva assolutamente sapere e poi era stata provocata e coinvolta suo malgrado».

Ottenuto il primo risultato, il più importante, anche la slamatura a pesce fermo gli viene però difficile poiché i tre ami caudali sono nella bocca e con la mano sinistra che gli trema, tutto risulta quasi impossibile. Finalmente, liberatolo, butta il pesce al sicuro (che diamine dopo tutto questo divertimento non sarebbe stato bello perderlo), e cerca di capire come potrebbe far uscire i due ami dal dito, anche consentendo eventualmente agli ardiglioni di strappare del tessuto. Mentre cerca di estrarne uno con una piccola pinza, l’altro affonda e si ferma contro l’osso e viceversa.
L’attrezzo avrebbe pure una parte per tagliare, ma l’acciaio degli ami è troppo resistente per riuscire a troncarli.
Allora raccoglie il pesce, le canne e con il Rapala di 6 cm saldamente attaccato al dito, traballante, si dirige alla macchina distante una quindicina di minuti e poi non tanto tranquillo guida verso la borgata del ronzino e della capretta.

Paletta, saluto.
«Buongiorno. Per cortesia patente e libretto».

Esaminano i documenti, contattano il cervellone centrale e poi restituiscono il tutto all’impaziente e dolorante Pablo.
Quando finalmente può riavviare la vettura il nostro eroe sente il più giovane dei due in divisa:
«Io abolirei il piercing per legge, hai visto che quel vecchio cretino lì, vuoi lanciare una nuova moda, non bastavano le orecchie, la lingua, il palato ora addirittura anche le dita… e poi così ingombrante!»

Al pronto soccorso chiede al medico: «Scusi, è mica un pescatore?»
Pensava di dovergli insegnare come fare. «No, ma guardi che qui abbiamo tutte le settimane qualcuno (sottinteso fesso) come Lei. Ho levato ami dalle orecchie, dalle fronti, dalle guance e dalle mani. Pensi che uno, particolarmente abile e fes… è venuto addirittura due volte in un mese. Stia tranquillo».
«Ma dai, dottore, veramente? A me non succederà più, almeno non per colpa mia!»
Un po’ di anestesia locale. Con un potente tronchesino taglia i due ami, li ruota e li fa uscire facilmente per il verso giusto.

Il filosofo Zavata, serio concorrente di Confucio, pensa:
È più facile essere felici quando si esce indenni o quasi da una brutta avventura riuscendo a rialzarsi, che quando non succede nulla e tutto va avanti con la solita anonima routine.

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