Il clima ideale

Diciamolo subito: il romanzo scritto da Franco – uno di noi quattro soci fondatori di Anonima Cucchiaino – non è un libro di pesca. Il clima ideale è un thriller, ambientato fra Milano, l’Albania, la Serbia e la Bosnia. Parla di indagini private, ambizioni politiche, soldati mercenari e viaggi notturni. E di un mistero da svelare: chi è veramente Nina, bellissima cameriera serba? Ma ovviamente, essendo Franco un Anonimo, non potevano mancare nel testo canne, mulinelli, trote e abboccate. Il romanzo è in libreria dal 3 settembre 2015, pubblicato dalla casa editrice Laurana. Lo potete comprare anche online su Ibs, e vi arriva a casa in tre giorni. Nel caso vi fosse rimasto qualche dubbio trovate tutte le informazioni sul sito ilclimaideale.it. Adesso non avete più scuse, correte a comprarlo adesso!
Il libro sarà presentato allo spazio Melampo, in via Tenca 7, alle 21.30 di mercoledì 16 settembre; non solo siete invitati, ma avete anche l’obbligo morale di presentarvi per guadagnarvi il privilegio, tra tanti anni, di guardare negli occhi i vostri nipoti e dire: ”Io c’ero”.

QUI e QUI potete vedere i booktrailer, featuring uno dei veri protagonisti del lato noir di Milano. Intanto, vi facciamo leggere un estratto di questo nuovo caposaldo della letteratura italiana, in cui si parla (anche) della nostra passione.

Il secondo incontro cominciò a somigliare all’inizio di una terapia. L’assistente sociale non c’era, così a rendere irrituale la situazione era solo la presenza della suora. D’altronde, non se ne poteva fare a meno: Folco non parlava bosniaco e la ragazza, che peraltro si esprimeva a monosillabi, stava appena cominciando a imparare l’italiano. Anche da quel secondo incontro Folco non cavò però nulla di utile. E così andò il terzo incontro, e il quarto. Così andarono tutti gli incontri per almeno sei mesi.

Folco all’inizio aveva sperato che la ragazza cominciasse a parlare, ad aprirsi, ma niente. Aveva ripassato vecchi manuali di psicoanalisi. Aveva tentato con la ragazza anche l’approccio terapeutico che di solito si riserva agli autistici. Niente. Lei arrivava in studio, toglieva dalle orecchie le cuffiette del Discman e cominciava il suo esercizio di silenzio, che si ripeteva ogni volta identico.

Si era anche confrontato con i due colleghi che stimava. Erano buoni analisti, ma non è questo il punto. Folco aveva deciso di chiedere a loro consiglio su come aiutare Dalila perché in passato aveva visto fare a entrambi cose impossibili.

Il primo collega, di dodici anni più giovane di Folco, si chiamava Paolo. Si erano conosciuti in università. Nel 1968 Paolo, in vacanza negli Stati Uniti, aveva scommesso un dollaro al Kentucky Derby di Louisville e aveva indovinato il cavallo vincente. Per i sette anni consecutivi, dal 1969 al 1975, ogni primavera aveva preso un volo per Louisville, aveva scommesso mille dollari sull’ordine di arrivo dei primi tre purosangue, aveva vinto, si era scolato un whisky in aeroporto ed era tornato a Milano senza fermarsi negli Stati Uniti nemmeno una notte. Nessuno scommettitore, che si sappia, ha mai indovinato per otto anni a fila i tre cavalli sul podio del Kentucky Derby facendo una puntata singola, né prima né dopo. Nel 1976 Paolo aveva deciso di disertare la trasferta a Louisville. “Se ci vado – aveva spiegato a Folco – questa volta perdo”. Non esistono prove del contrario.

Il secondo collega a cui Folco aveva chiesto consigli su come aiutare Dalila si chiamava Fabio. Era suo coetaneo e come lui continuava a lavorare. Si erano conosciuti negli anni Settanta, facendo una perizia psichiatrica per il Tribunale. Dopo avere consegnato la relazione al giudice, Folco aveva proposto al collega una giornata di pesca insieme. Fabio, che nulla sapeva di lanci e mulinelli, si era fatto prestare l’attrezzatura. Arrivati sulla riva dell’Adda, Folco aveva indicato nell’acqua scura del fiume la sagoma nera di una trota. Era distante venti metri, nascosta sotto i rami di un albero spiovente, immobile in un giro di corrente. Fabio aveva preso in mano la canna. Con movimenti istintivi e per lui inediti, aveva fatto volteggiare la coda in aria e aveva posato la mosca sull’acqua esattamente sopra al muso del pesce. Ogni volta che negli anni successivi Folco si era trovato a pensare al lancio perfetto, gli era venuto in mente quel gesto elegante, naturale e assolutamente irrepetibile, perché casuale. La trota non abboccò. Nella prima e ultima giornata di pesca della sua vita, Fabio non prese all’amo nemmeno un pesce. Ma come ogni vero pescatore sa, questo è solo un particolare.

Paolo e Fabio dedicarono tempo e attenzione allo studio del caso di Dalila. Erano intelligenti abbastanza per capire cosa significasse per Folco aiutare la ragazza. Nessuno dei due, però, riuscì a immaginare qualcosa che lui non avesse già pensato e messo in pratica senza successo.

Folco concluse che, se nemmeno due uomini capaci di cose impossibili ne erano venuti a capo, il caso di Dalila era più che impossibile. Era un mistero, e tale sarebbe rimasto.

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