La mortella e la mentuccia

Nella vita di ognuno esiste un momento non vissuto di cui però si è sentito tanto parlare da chi l’ha attraversato di persona: padri, nonni e vecchi di paese. Per noi italiani di fine novecento, uno di questi è sicuramente il Dopoguerra, quando il cibo scarseggiava e lo spettro della devastazione, delle deportazioni e dei Panzer aleggiava sulle rovine di un paese da ricostruire. Se nelle città sparivano cani e gatti non c’è da stupirsi se chi viveva vicino ad animali più appetibili cercasse di catturarli con tutti i metodi, legali e non. Questo splendido libro racconta la vita di un gruppo di pescatori di Ortona, paese sulle coste dell’Adriatico, proprio in quegli anni di miseria e rinascita. Una memoria storica sul mondo ormai scomparso della piccola pesca, degli attrezzi da pesca, la loro costruzione e il loro utilizzo. Liberamente tratto da “La mortella e la mentuccia – Storie di pesca e pescatori” di Carlo Borromeo edito da Menabò.

A caccia di dentici

Arrivarono puntuali. Era ancora notte. Una mezza luna calante ancora affacciata sulla collina del castello lasciava scorgere bene il mare, gli scogli e la spiaggia di pietre con le barche tirate a secco. C’era un odore intenso di corallina e di alghe che la secca della mattina aveva lasciato sulla ghiaia. Sembrava di camminare su un panno vellutato. Bisognava fare solo attenzione a non scivolare. Il mare era calmo e limpido, a tratti sembrava che non ci fosse. Era persino più trasparente dell’aria. Fumavano tutti, solo Benito non aveva il vizio ed in quella penombra il brillio delle sigarette seguiva il movimento delle persone dando vita ad una danza simile a quella delle lucciole.

Remo si era appartato per fare un bisogno, Nasosecco lo chiamò con una voce che solo lui sapeva intendere, a quell’ora era proprio gutturale. Si fece aiutare a mettere in mare la barca che scivolò con facilità, tirò fuori i remi da sopra i paiuoli, gli scalmi dalla cambretta ricavata sotto la copertina di poppa, armò la pariglia e disse, salutando, che lui sarebbe andato verso lo Scalo, nello stesso posto del giorno prima. Le altre due barche erano un po’ più grandi ed armavano normalmente quattro remi; avevano sei posti per gli scalmi e la quadriglia veniva armata verso prua, lasciando libera la poppa; la barca avanzava proprio verso poppa ed il capo barca usava il piano di poppa come pulpito di osservazione. Remando, in pochissimi minuti, tutti avevano lasciato la spiaggetta; passando a fianco ai due scogli si erano avviati verso i luoghi di pesca.

Con la bava di vento della terra alle spalle prima di arrivare all’altezza dello scoglio della Ritorna, Antonio andò verso destra e Domenicuccio verso sinistra. Avanzavano con assoluto silenzio. I remi entravano ed uscivano dall’acqua senza romperla. L’andamento seguiva le mani del capo barca: bastava allontanarle dal corpo perché la barca deviasse verso lo stesso lato, i movimenti ripetuti significavano di accelerare la deviazione, le due mani mosse anteriormente ordinavano di accelerare, se mosse posteriormente di sciare per rallentare, messe in alto incrociate volevano dire di fermarsi, mentre in basso e leggermente scostate significavano di avanzare piano. Si andava avanti così, si sentiva solo l’acqua che si frangeva ansimando sotto la poppa che avanzava decisa.

L’intenzione era quella di andare verso le Punte superando Nasosecco e lasciandoselo a sinistra. Con due pariglie di remi ben affiatati tutto questo risultava agevole. Antonio andò verso il porto, verso la prima rottura; questo varco, causato dalle mine dei guastatori tedeschi, non era agevole per l’accesso al porto e le secche che si erano formate costituivano, invece, un habitat naturale per il pesce che vi stanziava solitamente. Generalmente, fra quelle pietre, si trovavano le spigole attratte dalle aguglie e dalle occhiate che a loro volta vi si radunavano a caccia.

Cominciava ad albeggiare e tutti sapevano che era il momento più opportuno per scorgere il pesce. Domenicuccio ormai vedeva bene Punta Lunga, ancora qualche momento e l’avrebbe superata. Nasosecco aveva puntato un po’ più verso terra perché aveva visto saltare due cefali un po’ più a destra del punto di caccia del giorno prima. Dalla valle del Peticcio veniva fuori una bavetta fresca che impediva di notare i movimenti di superficie. Antonio aveva fatto segno di rallentare, c’era il rischio di avvicinarsi troppo e non notare più niente.

A ridosso della collina di Punta Lunga il vento della terra non riusciva ad increspare il mare e quindi la visibilità della superficie era ottima, un semplice movimento sarebbe stato notato. Così fu. Proprio al traverso della Punta si vide di colpo friggere l’acqua ed un grande branco di aguglie saltò disegnando linee di perfezione geometrica verso Punta Ferruccio. Era bellissimo vedere saltare le aguglie.

Sembrava che camminassero sull’acqua; il salto aveva una continuità che traeva origine dal punto in cui le prime avevano subito l’attacco, mentre le altre saltavano, istintivamente, a catena, dando fluidità al movimento. Il fatto che le aguglie fossero saltate verso ponente lo indusse a pensare che qualche grosso predatore si trovasse proprio sulla testa dell’aspero, in modo da attaccare le prede con il sole che stava sorgendo alle spalle. Era istintivo che Domenicuccio usasse la stessa tecnica. Scostò la mano destra dal corpo facendo guadagnare alla barca un po’ più il largo, poi abbassò le mani chiedendo di rallentare l’avanzamento. I remi uscirono dall’acqua pronti a rituffarvisi. Il silenzio era palpabile. Trecento metri più avanti, sulla destra, in mezzo alla cala, la scena si ripeté proprio lì dove la brezza iniziava ad increspare il mare. Tutti guardavano verso quella direzione. Nessuno parlò. La barca andava appena. Il brillio si stava esaurendo.

Domenicuccio guardò le tre saponette posate sulla poppa e con la sinistra si aggiustò la sigaretta che aveva in bocca; si accorse che era quasi finita, dal taschino ne cacciò fuori un’altra e con la cicca la accese senza mai distogliere lo sguardo dal punto in cui aveva visto il movimento iniziale. Erano passati almeno un paio di interminabili minuti. Sembravano una eternità. Del pesce nessuna traccia. Di colpo si sentì chiaramente lo sciacquio dell’attacco ed il brulichio delle aguglie che ripartivano proprio lì alla loro sinistra a non più di venti metri. Con la sinistra ordinò di andare avanti, con la destra afferrò la
saponetta, i remi di destra spinsero stavolta con forza e con rumore la barca con un movimento brusco verso sinistra. A stento Domenicuccio mantenne l’equilibrio. Lì in quel punto sapeva che c’erano intorno ai sette metri di acqua e il fondale era cosparso di scogli grandi le cui sagome si scorgevano persino dalla barca.

Delle tre, aveva preso la saponetta più grande. Le micce erano quasi uguali. Un tiro più forte, per ravvivare la combustione, poi prese la sigaretta dalla bocca, scosse la cenere e accostò la sigaretta alla miccia, la quale prontamente brillò.

Esplosione subacquea - foto presa da google immagini“Vai! Vatti a guadagnare il pane!” disse. Alzò la destra e con le ginocchia appena piegate per darsi stabilità fece il lancio. “Voga indietro” gridò. La saponetta si era immersa proprio lì davanti a loro. Per sei o sette secondi durante i quali la barca si era fermata quasi completamente, non si sentì né si vide niente. Poi puntuale un colpo crudo e sordo. Il mare a non più di dieci metri da loro ebbe come un fremito e sotto la leggerissima schiumetta che si andava formando, nella zona centrale, apparve il marroncino del torbido che .risaliva verso la superficie. Era ritornato il silenzio. Si guardarono intorno. Nessun pesce. Poi, dietro la barca si sentì nettamente uno sciacquio. Si voltarono. Un dentice di grosse dimensioni, adagiato su un fianco nuotava in cerchio. I remi affondarono di nuovo in acqua, stavolta senza attendere l’ordine. La barca ruotò violentemente. Sembrava che gli scalmi si dovessero rompere da un momento all’altro. Domenicuccio con la vuolica in mano, in piedi sulla poppa, incitò a fare in fretta: “È vivo, è grosso, dai!”

In un attimo gli furono addosso, la vuolica e la barca andarono in sintonia incontro al pesce che con la testa sembrò infilarsi da solo nella rete. Domenicuccio scese dalla poppa, spostandosi sul paiuolato; si appoggiò con le gambe contro la murata e, mentre con la destra reggeva da vicino il manico della vuolica, con la sinistra afferrò il cerchio di ferro e fece per sollevarlo. L’operazione non risultò molto agevole per il peso del pesce che gli finì addosso prima di andare sul paiuolato di sentina. Lo guardarono con soddisfazione.

Adesso batteva con la coda sui paiuoli facendo al momento l’unico rumore. Intanto sul posto del lancio, alcuni pesci morti erano venuti a galla. Sembravano cefali. Poi di colpo, come un pallone, un altro dentice dal fondo raggiunse la superficie con un netto tonfo, poi un altro ed altri ancora.

“Arrivano!” gridò Ettore. Il ritardo era normale perché l’esplosione danneggiava l’organo natatorio e quindi, solo quando erano morti, venivano violentemente a galla.

Mentre armeggiavano per il recupero dei pesci, ne notarono uno con la sagoma scura, lì avanti, a non più di tre metri. “Cos’è?” chiese Benito. ” È una spigola!” “Bella!” “Fai presto!” gridò Domenicuccio liberando la vuolica dai quattro cefali che aveva appena raccolti. Bisognava fare in fretta perché la spigola, al contrario del dentice, una volta morta va a fondo e allora non la trovi più. Pochi secondi e anche la spigola era a bordo. Mentre stavano ancora indaffarati a raccogliere gli altri pesci che erano a galla, soprattutto cefali, udirono un colpo sordo arrivare dalla parte dello Scalo. Nasosecco aveva mollato!

Da terra due barchette che forse andavano a salpare le reti si erano accorte dell’accaduto e stavano dirigendo verso di loro. Domenicuccio ripose le due saponette nella cambretta e disse: “Andiamo via!” Scostarono il pesce sul paiuolato, si rimisero ai remi e si avviarono. Non riuscì ad accendersi la sigaretta, che questa volta serviva per fumare, perché il primo dentice lo aveva bagnato tutto. Si accontentò della metà asciutta e, prendendo i remi da Ettore, gli disse: “Metti a posto la roba.”

Passarono al largo. La barca di Nasosecco si vedeva molto più a terra. Anche Antonio aveva avuto la sua opportunità subito dopo essere arrivato sul posto; solo che, per la posizione e per il fondale basso, la carica era stata tra le più piccole ed il risultato fu di conseguenza più contenuto. Anzi avendo preso due spigole ed essendo convinto che in fondo ce ne fossero delle altre, si tuffò contando di raccoglierne di più. Gli andò bene, perché recuperò due casse di saraghi, ma di spigole niente. Quando Domenicuccio rientro all’ormeggio la barca di Antonio era lì, saranno state le sette e mezza ed il pesce era già sbarcato. Ormeggiarono. Benito ed Ettore si misero prontamente a lavare il pesce, disporlo nelle casse e sistemare la barca, mentre Domenicuccio prese la cassetta con le restanti saponette coprendole con la canottiera da un lato e dall’altro con del pesce.

Dentice - foto presa da google immagini

1 Comment

  • Marco R. ha detto:

    Io sono di Ortona e non sapevo dell’esistenza di questo libro, fortuna che vi seguo!
    È emozionante scoprire che ancora oggi i posti descritti sono gli spot per eccellenza della costa Ortonese, ovviamente con altri metodi di pesca, e lo scoglio della ritorna è ancora lì. Grazie a voi dell Anonima per averlo segnalato!

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