La danza sotto il mare

Pagello a bolentino (da ilgiornaledeimarinai.it)
Pagello a bolentino (da ilgiornaledeimarinai.it)
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Illustrazione di Pezzogna -immagine di Serena Strino (google +)

Esistono sguardi sulla pesca filtrati dalla poetica di chi ce le racconta. Questo piccolo libro non parla tanto di pesca “pescata” ma ne racconta i contorni, le emozioni e i momenti che più si sono impressi nella lunga memoria del suo autore, pescatore subacqueo per tutta una vita nel meraviglioso mare sardo. Pagina dopo pagina ci immergiamo con l’autore nel suo amore per la natura, nei suoi ricordi di infanzia che ci raccontano un mare ed una società che forse non ci sono più; ma ci ritroviamo nella sua passione, nella sua fascinazione di fronte al mondo sommerso ed alla limpidezza di certi rapporti umani, tra amici, tra padre e figli. Noi che guardiamo i pesci ed i pesci nel mare testimoni delle nostre vite. Chiunque voglia spingere lo sguardo  sotto la superficie dovrebbe godersi questo piccolo libro prezioso.

Copertina di "La danza sotto il mare"

Copertina di “La danza sotto il mare”

Racconto liberamente tratto da

“La danza sotto il mare. Piccole storie sommerse di un poeta pescatore” 

di Franco Fresi

Ed. Ediciclo” – Luglio 1914

 

La pizzornia, rovello in italiano, Pagellus bogaraveo nella classificazione scientifica, ha nei vari dialetti nomi diversi: pizzornia o pezzornia, ma anche occhialone, occhione, besugo, mafrone… per limitarsi a quelli che conosco io. È parente stretto del pagello: io ho sempre detto «parente plebeo», ma più grande, del nobile pagello. Vive in branco alla radice delle grandi secche, alla profondità minima di 150 metri e massima di 5oo-6oo, assieme ad altri pesci come il parago, la cernia e lo scorfano di fondale. il suo peso va dagli ottocento grammi ai due chili. Ha buona carne, un po’ meno pregiata di quella del pagello. Nel mare di Alghero il suo posto preferito è la Secca della vedove, a qualche miglio da Capo Caccia, dall’Isola Piana e dallo scoglio della Foradada. È un tratto di mare sereno che a volte impazzisce all’improvviso e manda a fondo quante più barche di pescatori riesce a sorprendere. Da qui il nomignolo e la relativa leggenda di un mostro marino dalla forma di enorme serpente, funesto abitatore e geloso custode di quel tratto di mare ricco di prede abbondanti e prelibate. Fatto d acqua e di vento, viaggerebbe quasi a pelo d’acqua per prendere le barche in pieno e affondarle. Parola di vecchi; dei vecchi algheresi, quelli che si alzano con l’alba, vanno in riva al mare e rincasano la sera tardi per la cena. Per il pranzo si accontentano di quel poco che le mogli gli mettono nel pentolino. Già, le mogli. Molli anni fa – raccontano – ogni mattino, venuto settembre, le mogli dei pescatori avevano l’incarico di preannunciare ai mariti le condizioni del mare.

Non ci si rivolgeva a formule magiche né a bollettini meteorologici, che a quel tempo non si sapeva neppure cosa fossero. Bastava alzarsi un po’ prima dell’alba (e sempre prima dei mariti), aprire le finestre rivolte a maestrale e accarezzarne il davanzale: se le mani si bagnavano di rugiada la giornata sarebbe stata umida ma senza vento; se restavano quasi asciutte la leggera brezza di mezza mattina non avrebbe impedito alla barche di riempirsi di pesci.

Ma se le mani rimanevano asciutte era segno di bufera ed era meglio restarsene a casa. Alcune volte, certe signore dei pescatori dicevano al marito di alzarsi e partire perché la finestra era bella umida. Fiduciosi, gli uomini di mare, prendevano il largo con la sola garanzia delle indicazioni delle mogli, e non tornavano. Le vedove gettavano in mare qualche gravégliu, garofano in algherese, e dopo aver imprecato contro il tempo bugiardo e infido si mettevano l’anima in pace. Ed ecco perché quel tratto di mare, che prima si chiamava Secca delle pizzornie, venne ribattezzata Secca delle vedove.

Alghero, torre Sulis - presa da google immagini

Alghero, torre Sulis – presa da google immagini

Ci siamo andati più di una volta a quel mare dall’apparenza bonaria e rassicurante con il Roma 80, il motoscafo d’altura attrezzato per la pesca da diporto del mio cognato Battista Rondello. Con i suoi due motori fuoribordo e uno entrobordo, al Roma 80 certi capricci di onde e di vento non facevano un baffo. Siamo sempre tornati in porto con le ceste piene di pizzornie e scorfani di fondale dalle carni rosa, trasparenti tanto da vederne pulsare il cuore come si vedono gli ingranaggi negli orologi senza cassa di metallo. E tutto senza chiedere alle nostre mogli di imporre le loro mani profetiche ai davanzali delle finestre.

I più bei ricordi di quelle uscite sono legati a mani ferite da lenze robuste a tre ami da otto millimetri, nello sforzo di tirare su pizzornie color mattone da più di un chilo, una per ogni amo.

Venivano su con grandi occhi quasi fuori dalle orbite per la differenza di pressione tra le acque di fondo e quelle di superficie. Per sfilarle dall’amo bisognava tenersele a bracccetto, ben strette sotto le ascelle, e per qualche minuto saltellare la danza di Sant’Elmo. Dai saliscendi delle lenze si aveva l’impressioneche la secca, 150 metri sotto, non fosse piana ma come sagomata da una miriade di scompartimenti, cellette naturali a diversa profondità, come se fossero stanze di un castello senza tetto, abitato da esseri di varia razza e peso, ma uniti da un’intesa da vera comunità intelligente.

Pagello a bolentino (da ilgiornaledeimarinai.it)

Pagello a bolentino (da ilgiornaledeimarinai.it)

Tornammo alla Secca delle vedove un fine settembre imbronciato, ma dall’acqua con temperatura ancora quasi estiva. Battista aveva allestito il mezzo con più cura di altre volte, con cime nuove, ancora nuova, nuovi calumi, lenze di nylon da cinque millimetri, ami al carbonio da quattro, piombi da mezzo chilo ed esche succulente: strisce di calamaro fresco, gamberi teneri da innescare facendoli scorrere nell’arco dell’amo fino a coprirlo, tocchetti di sardina, di acciuga e capaccioni, che sono polpetti più piccoli dei moscardini. Il Roma 80 ci portò fuori dalla prima foschia dell’alba verso il mare aperto appena arato, come un enorme orto, da una leggera brezza di ponente. Al solito equipaggio famigliare, il sottoscritto, Gianni e Giovann’Antonio, Paolo Santandrea, l’unico vero esperto in cose di mare, e il padrone di casa, si erano aggiunti due pescatori di professione. Pescammo per un paio d ore senza calare l’ancora, riempiendo la vasca-pozzetto di prua. Si era alzato, quasi inavvertitamente, un leggero grecale che aveva contrastato la brezza di ponente, favorendo un innesto non gradito a un fresco maestralotto.

A Paolo questa comunella a tre non piacque. Glielo lessi in faccia senza che avesse detto niente.

Battista si accinse a calare l’ancora perché la barca tendeva a scarrocciare con un movimento rotatorio causato dal contrasto dei tre venti. Avvistammo la cresta del serpente dopo un ora, ancora abbastanza lontana. Avevamo tutte le lenze a fondo. Le tocche erano cosi frequenti che lasciammo giù le lenze per qualche minuto per dare il tempo ai pesci di abboccare a tutti e tre gli ami. Paolo ci ricordò che, raggiunto il fondo, piombo e ami dovevano essere tirati su di una bracciata perché l’esca non fosse nascosta dalle alghe all’attenzione dei pesci. Tutto sembrava tornato normale. Gli uomini dell’equipaggio, quasi per darsi un tono da pescatori, raccontavano di antiche cacce di mare, ridevano forte, facevano battute; qualcuno, tra un innesco e l’altro mangiava gamberi gustosi. Ma ci restò soltanto un filo di respiro quando ci accorgemmo che la fredda e biancastra schiena del mostro di vento ci veniva addosso sollevando una cresta d’acqua squamosa che s’inarcò via via sempre più imponente fino a erompere come l’esplosione di una mina. Proprio il quel momento qualcosa di molto pesante aveva abboccato a tutte le lenze. Nonostante il tentativo di fuga con i motori al massimo, ritardata da chissà che maledetto animale marino del quale tutti, tranne chi scrive, videro salire lo schienale biancastro fin quasi a urtare il motoscafo, l’enorme collina d’acqua sollevata dal mostro ci prese da sotto sollevandoci in alto. Le lenze si spezzarono sibilando come fili d’acciaio. La barca, raggiunto il culmine dell’ondata inclinata da un lato, si avvitò di sbieco per scendere poi quasi di schianto come se il mare si fosse spaccato.

I due marinai professionisti, che sapevano valutare il pericolo, erano più spaventati di noi, eccitati da una certa macabra goliardia.

Tempesta - presa da google immagini
La furia di acqua e aria che squassava la barca ci faceva rotolare sulla plancia strappandoci da qualsiasi appiglio. Chi riusciva a stare in piedi, aggrappato a sostegni sicuri, sentiva continuamente i piedi staccati dai paglioli della coperta. Quando Dio volle la montagna d’acqua si spianò, spingendoci velocemente verso la costa lontana con i suoi tentacoli moribondi dai bordi schiumosi. Entrati nello specchio del golfo, nell’acqua ormai quasi calma, larghi mulinelli costringevano il motoscafo a procedere inclinato su un fianco forzando lo sterzo di guida che tendeva a sfuggire dalle mani di chi lo governava. Poi ci accorgemmo che avevamo perso un’elica con buona parte dell’asse e che stavamo imbarcando acqua. Ma il porto era lì, a poche bracciale di un buon nuotatore. Battista, le mani strette sul volante, virò a babordo e puntò deciso sulla grande officina marina a ridosso di Fertilia. Il pescatore alla Secca delle vedove ci va ancora, con risultati di copiose pescate.

Ma la gente, anche oggi – nonostante la scoperta che quella funesta impennata del mare all’improvviso è causata da una forte corrente sottomarina che investe a volte la grande mole della secca ed emerge con furia, seminando morte e rovina – ha comunque paura di vedersi aprire a dritta o a manca il solco fatale che annuncia l’assalto del mostro d’acqua e di vento.

O forse è soltanto la paura che la leggenda, anche la meno piacevole, ceda il passo alla realtà, impedendoci di sognare. Fatto sta che, come contraltare allo scampato pericolo, il piccolo equipaggio del Roma 80 sorseggiò un freddo torbato algherese al bar del porto.

Pesce remo, mostro marino - presa da google immagini

Il mare borbottava uno scampolo di risacca contro la banchina di ponente.

Non è buono il mare. Né cattivo. Non pensa. Uno può innamorarsene perdutamente, ma non fidarsene.

La sua anima ermafrodita lo porta a essere instabile. Calmo, può essere generoso e felice, ma nelle sue ire è solitario. Non vuole testimoni quando lotta col vento, suo nemico di sempre. Non sopporta che nessuno, uomo o elemento, turbi la sua indifferenza.

 

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