Moto, fario e pioggia in Trebbia – “La valle più bella del mondo”

trota fario della val trebbia

trota fario della val trebbia

Ognuno ha i suoi fiumi. I miei sono il Trebbia e l’Aveto. Collegano Emilia e Liguria, sono sormontati da strade bellissime: più veloce la Val Trebbia, più tortuosa la Val d’Aveto.

Le strade partono entrambe da Bobbio (salvo deviazioni per Ferriere) e quando arrivi in fondo (a Genova in un caso, a Chiavari nell’altro) vorresti rifarle dall’inizio. Ogni volta che ho attraversato in moto l’una e l’altra valle – ed è successo decine di volte – mi sono fermato a guardare il fiume. Più corposo e ampio il Trebbia, più sottile l’Aveto. Sempre mi sono detto: qui prima o poi ci devo pescare. Nell’Aveto ci pescherò, prima o poi. Nel Trebbia ci ho pescato, ed ecco come è andata.

Il meteo dice male: pioggia dopo le 12. Marco, presidente dell’associazione pescatori della Val Trebbia, dice malissimo: troppa poca acqua nel fiume. Ma è troppo tardi, il programma non si cambia. Esco di casa alle 8.30, carico la moto, lascio Milano col sole. A Lodi comincia la nebbia. La temperatura cala di 15 gradi. Ringrazio chi ha inventato il Gore-Tex: non avevo caldo prima, non ho freddo adesso.
Arrivo alle 10.30. Gorreto ha 100 abitanti. Decido che dell’alto Trebbia voglio provare tutto: la riserva, il tratto “no kill”, soprattutto le acque libere. Faccio i permessi (per la riserva, 20 euro) e il segnacatture (10 euro). Prendo dalle valigie la roba da pesca, lascio quella da moto. La riserva – 3 km di fiume – comincia in paese. Chiedo ad alcuni muratori quale sia l’accesso al fiume più agevole. Mi risponde un uomo gentile, forse rumeno. Mi indica la discesa e chiede: <Mi porti un pesce? Un salmerino>. Ringrazio per le indicazioni.

La riserva è popolata con pesci “pronto pesca”. Due lanci e abbocca un’iridea grossa come un pollo, che mette alla prova la mia attrezzatura. Ne faccio altri quattro e abbocca un salmerino di fontana “da porzione”. Lo pulisco dalle viscere, lo consegno a chi lo aveva ordinato. L’uomo ringrazia. Non mi sento in colpa: il catch and release, in cui credo, non è un dogma. Significa rispettare il fiume, non rilasciare per forza i salmerini americani pronto pesca. Nella riserva, scoprirò dopo, è vietato rilasciare il pesce. La regola è tutt’altro che stupida: se peschi ad amo singolo e senza ardiglione, rilascia pure. Se peschi con ancoretta, fai il piacere di mangiare il pesce. <Altrimenti a furia di “release” i pesci si sfasciano, visto che la zona è molto battuta>, spiega Marco.

Nella riserva ho pescato in tutto quattro minuti, e in sei lanci ho preso due pesci. Ma prendere una trota da un chilo a ogni lancio non è la battuta che ho in mente. La riserva turistica, penso, è perfetta per portare a pescare i bambini. Ed è un modo intelligente per procurarsi la cena con un gruppo di amici, passeggiando in posti bellissimi e curati, grazie all’impegno dell’Associazione Pescatori Val Trebbia. Salto la zona “No kill”, che pure deve essere interessante e dove un giorno mi piacerebbe pescare. Punto  dritto verso le acque libere, che cominciano poco più a monte, verso Genova. Il cielo, già scuro, si fa nero ma non piove ancora. Mi metto in sella con i waders e la canna, montata, incastrata nel maniglione del passeggero. Posteggio, scendo al fiume, comincio a risalire la corrente.

Mepp’s 2. Lancio ovunque l’acqua sia più fonda di una spanna. Il fiume è vivo e bellissimo. Nuotano in tutte le direzioni avannotti, piccoli cavedani, qualche trotella che si sposta da sasso a sasso o segue svogliata il mio cucchiaino. La prima abboccata, dopo mezz’ora. Una piccola fario. La fotografo e la rilascio. Ne prenderò altre simili o poco più grandi, dalle livree che virano dal grigio al giallo, con punte di rosso. Quasi tutte le rilascio immediatamente, senza tirarle fuori dall’acqua per un solo istante e risparmiando loro la seccatura della foto.

Cammino e cammino. Passo un albero caduto, il fiume si divide e si unisce di nuovo. Cadono le prime gocce e metto la mantella. Provo tutti i lanci possibili, compresi quelli sugli alberi, contro le rocce, dritti sulle alghe (poche) a incastro fra i sassi. Prendo fario piccole. Decido di provare esche più grosse per fare un po’ di selezione. Con un Mepp’s 3 prendo un cavedano. Pochi lanci e prendo … un altro cavedano. Rimonto il Mepp’s 2.

La pioggia vera arriva quando sono a due ore di camminata dalla moto. Il fiume si gonfia un poco. Ne sono contento. Seguo la corrente e lancio. Le maniche della K-Way sono zuppe, per il resto l’abbinata waders-mantella funziona. Per un’ora, nessun pesce sembra volere la mia esca. La pioggia aumenta. Arrivato alla moto faccio gli ultimi lanci e abbocca la trota migliore della giornata. Salta, si infila in corrente, mi porta via lenza (ho la frizione troppo aperta: non la ho chiusa dopo un incaglio, cribbio). Non so quanto misuri. Non è un pesce da trofeo ma le voglio bene. E’ l’ultima trota della giornata e la più bella. La slamo, torno alla moto.

trota fario della val trebbia

Ho pescato per sei ore, ho preso un mucchio di trotelle. Non ho visto in tutta la giornata nemmeno un pescatore, se non un guardiapesca in auto gentile e professionale. Ho visto dal basso i luoghi che ho percorso infinite volte a mezza costa in sella a una dozzina di motociclette diverse. Ho camminato sui sassi scivolosi con lo stesso piacere con cui tante volte ho scalato, frenato, impostato la curva, aspettato, aspettato ancora, aperto il gas in uscita e ingranato la marcia, pronto a scalare nuovamente alla curva successiva. Lasciandomi alle spalle la Val Trebbia, vedendola sfilare via scura e fradicia come non la vedevo da tempo, capisco una volta di più come mai Ernest Hemingway la abbia definita <la più bella valle del mondo>. E mi chiedo se Hemingway sarà mai stato in val d’Aveto.

Per informazioni sulla pesca in Trebbia: http://www.valtrebbia.too.it/

Marco, simpatico e gentile, saprà aiutarvi in tutto.

14 Comments

  • Francis ha detto:

    Ottimo report, bellssime foto, stile eccelso !
    I posti sembrano fantastici ! Al prossimo appuntamento vorrò esserci anche io !

    Rock ‘n’ Rod

  • pietro invernizzi ha detto:

    Grande Franco! Questo tipo di avventure solitarie, fradice e contemplative le adoro!
    Che ciccioni i pesci della Riserva… che belle le fario, in particolare l’ultima! Grazie per questo report-itinerario, eccezionale! Prima o poi da quelle parti ci andiamo insieme! Rock’n’Rod

  • jacopo savoia ha detto:

    Spirito di avventura e un bel modo per coniugare due passioni: prendee tanta pioggia in moto e prendere tanta pioggia sul fiume. Bravò!
    I paesaggi sono spettacolari come i pesci selvaggi che hanno delle pinne esagerate. I pesci della riserva invece sono un po’ bomboli…

  • franco ha detto:

    Grazie ragazzi, così mi commuovo … una volta ci andiamo insieme. Viva l’Anonima sempre

  • Tano ha detto:

    come ci si capisce tra gente che ama il torrente… grande racconto che trasmette e fa’ capire benissimo a chi quelle sensazioni le ha provate e ne gode anche sotto un temporale… spero un giorno di poter far parte di una giornata con voi… a presto!!!!

  • Berto ha detto:

    Grazie x avere fatto publicita alla val trebbia…un piacentino ;-)))e transalpista :-))))

    • franco ha detto:

      Grande Berto !! Anche io sono mezzo piacentino: tutti i parenti da parte di mamma sono sparsi fra Quarto, Niviano e Rivergaro. Quanto al Transalp, ero contrario alle moto jap, ma da quando lo ho provato non ho più capito niente. Che mezzo eccezionale! E’ proprio vero: poca spesa e tanta resa. Speriamo di incontrarci a spasso per passi appenninici. Buona serata, f

  • Mario ha detto:

    Bellissimo frate. Una cosa avrei aggiunto: che per te (e per noi) la Val Trebbia é anche un ritorno a casa, lí sono sepolti i nostri nonni e lí stanno gran parte delle nostre radici, Rivergaro, proprio all’inizio della Valle. Che sia anche per questo che ti suscita queste emozioni (e che i pesci ti abbocchino così)? Il nonno sarebbe fiero..
    Abbraccio forte

    • franco ha detto:

      Cacchio, ci penso ogni volta che ci passo. E anche se non ci penso di proposito, avverto una sensazione di appartenenza. Camminando da solo nel torrente, circondato da alberi e basta, l’altro giorno ho fatto un pensiero : se ci fosse la guerra, più che Milano (a cui devo tutto e a cui sono affezionato) mi sentirei in dovere di difenedere quelle colline, dove non ho mai vissuto e dove non conosco quasi nessuno. Forse seguiamo un istinto ancestrale, come le trote. Un abbraccio forte frate. Chissà che da vecchi ce ne torniamo a vivere nel Piacentino …

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